Mio padre era seduto nel suo studio, col capo chino su un vecchio testo di greco; i miei fratelli invece, come sempre, su altri due piani distinti, ciascuno preso dalle sue occupazioni quotidiane.
Mio fratello viaggia di norma tra design e giardinaggio. Ogni tanto decide che è venuto il tempo di potare. Esce e va nell'orto; lo fa senza molto criterio, a dire il vero, col risultato che l'anno successivo l'albero sottoposto a tosatura non porta neanche un frutto.
Non va meglio con le siepi, ad essere sincero: mio fratello ha trovato un'ottima maniera per tagliare materialmente qualcosa dalla sua vita: la noia.
Anche mia sorella più giovane passa il tempo libero che ha nello scovare cose da inventarsi e abiti smessi da rivendere al mercatino. Ha sempre avuto un discreto senso degli affari. Vive all'ultimo piano di una grande casa e la si sente ciabattare alla sera, fino a tardi. Guai a farglielo notare!
Ci sono altre due sorelle, lontane chilometri, inoltre: una persino dall'altra parte dell'oceano. Non ne sento mai il rumore. Mentre mia madre è in cucina a snocciolare frutta per fare marmellate.
Quando sono qui, mi metto in mezzo a tutto, fisicamente: al piano intermedio - intendo - senza sapere bene dove sia il centro di questa comunità pur sostenuta da un certa qual forma di amore.
E non c'è verso di fare un passo avanti in tal senso, nella comprensione.
Ti sposti un po' di qua e ti sembra di capire. Ti avvicini ad un altro angolo e cerchi ancora di intuire. Te ne stai ad osservare e ti chiedi se l'affetto sia disporsi tutti su piani e su stanze diverse, per farlo sopravvivere. O forse se non sia chiedersi ogni tanto se è questo che noi intendiamo per amore. Ma forse certi assiomi vanno dati per scontati...
E' il rumore di quelle presenze a rassicuraci e a confortarci circa la sopravvivenza di questo? E' sapere che ci sono, anche se su di un altro piano, che ci libera dalla solitudine? E' l'abitudine a contare i passi di chi è a fianco, di sopra o di sotto, un'espressione dell'amore?
Riconoscerne il passo, il respiro, il colpo di tosse; lo schiarirsi della voce e persino l'odore e anche le abitudini, persino quelle moleste. Forse è così in ogni comunità, anche in paese, per strada - mi dico - in ogni "aggregazione umana"; laddove - venendo a mancare tutto ciò - non resta null'altro che silenzio e sconforto, un piano senza passi, un giardino di polvere e di erbacce.
Come i silenzi delle cose che non ci diciamo, nemmeno da un piano all'altro, dalla tromba delle scale; come le cose nascoste - tante - che lasciamo intuire nella pesantezza del respiro e del cammino, nell'incedere e nel sospirare, senza più parole.
O forse è che, come fa mia madre, bisogna andare fino al nocciolo delle cose, liberarne la polpa per renderle commestibili e saporite.
Che se l'anima diventa un pezzo di legno, se non è disposta a farsi seme, anche i silenzio, non fa altro che morire. E che il morire vero e il trasformarsi è ciò che produce ancora qualcosa, magari senza neppure un bisbiglio, senza proclami ed interrogatori, mentre la marmellata ribolle e la luce dello studiolo si spegne.
L'amore che quasi sempre è un ciabattar al piano superiore ed una siepe tagliata male, diventa familiarità e lotta quotidiana per non perderne mai di vista il senso.
E' il tempo che non passerebbe mai se non fosse attraversato dalla Grazia.