"Va' avanti e accostati a quel carro" - disse allora lo Spirito a Filippo che percorreva la via verso il Mezzogiorno che va da Gerusalemme verso Gaza e indicandogli quel carro su cui c'era un eunuco che stava leggendo Isaia. ", Il passo parlava di quella umiliazione inspiegabile per cui il giudizio e la giustizia sembravano essergli state negate; di quella pecora condotta al macello come un agnello; di quella sua discendenza che nessuno avrebbe potuto descrivere.
Gli esegeti e quindi Filippo interpretano il brano come una profezia che annunzia il Cristo; l'eunuco vi legge la sua storia: la mancanza di discendenza, il dolore e l'incomprensibilità del proprio stato; l'essersi sentito forse da sempre come agnello portato al macello senza trovare una giustizia in tutto ciò ed incontrando in sovrappiù l'ostilità e la diffidenza del mondo.
Ma - prosegue poi il Vangelo di Giovanni (Gv. 6, 44-51) quest'oggi - nessuno che si accosti a Dio, non è stato chiamato che dal Padre stesso, anche tramite la condivisione della propria condizione con quella del suo unico figlio: il dolore e l'apparente ingiustizia è già paradossalmente un'espressione della giustizia di Dio che, assimilandoci alla croce del suo figlio, ci chiama a essere suoi figli, amati più di ogni altro, perché resi capaci di salire sul Golgota e di offrire il nostro piccolo martirio come segno della misericordia di Dio stesso.
Nessun peccato infatti, nessuna sofferenza - vuole dirci - non è accolta da Dio e niente ci separa definitivamente dal suo amore, se è nel suo amore che sappiamo leggere anche la nostra sofferenza stessa.
Ci vuole infelici dunque? No, ci vuole orgogliosi dell'impegno grande che ci è chiesto, come un sacerdozio condiviso, un sacrificio condiviso, perché il nostro stesso corpo, pieno di lividure come quello di Cristo, è assunto come la vittima della cattiveria e dell'incomprensione di tutto il mondo, come l'agnello che pure non si ribella e che versa il suo sangue dunque: in questo senso il nostro e vostro dolore salva il mondo, lo rende migliore, perché lo costringe a riflettere sul male che è sempre una condanna che gli uomini infliggono ai loro simili, senza appello, facendosi essi giustizia, essi che non riconoscono la giustizia di Dio.
Saliamo su quel carro dunque: sul carro di qualsiasi eunuco che voglia capire e che cerchi di leggere la verità della propria vita, prima di giudicare e condannare. Avviciniamoci senza paura perché è grande la Grazia dove ha sovrabbondato il dolore e quindi il peccato, l'accecamento, la confusione: smettiamola di fuggire dagli appestati come se la loro peste fosse il segno della vendetta di Dio.
Dio esprime il suo amore per tutta l'umanità anche in quel modo: quanto sembra apparentemente incomprensibile ed inaccettabile, invece ha il suo senso in quel progetto di immensa redenzione che si sta attuando nella storia e sotto i nostri occhi: un mondo che accoglie e che non giudica, che non crocifigge, che non manda a morte, che si fa a fianco di chiunque stia passando per la strada solitaria tra Gerusalemme e Gaza.
Non imponiamo altri fardelli a chi già porta sulle spalle la croce e cerca di comprenderne il senso: offriamo un senso e quindi una discendenza feconda a quel cammino, a quella esistenza, a quel Calvario colmo di lacrime e di sangue.
Che chiunque soffra, abbia la percezione che sta generando, che una sua discendenza, un senso a tutto quanto vive, esiste: è altissimo ed è fecondo.
L'eunuco vede dell'acqua per la strada e chiede a Filippo che cosa vieti dunque che egli sia battezzato. Nulla, infatti; e così avviene. Tutti siamo già battezzati dalla vita e dalla sua prova continua.
Mi viene in mente quanto ieri mi raccontava un mio amico che aveva due fratelli in carrozzina anni fa: di fronte alla richiesta di cresimarli, il parroco obiettava che costoro non avevano frequentato il corso di preparazione alla cresima. Il suo vescovo, di fronte a questa obiezione, rispose "il Signore li ha già preparati ampiamente. Non c'è nulla che vieti che siano cresimati".
Non c'è nulla che vieti di accostarsi a quel carro: nulla che li tenga lontano da Dio. Chi lo cerca e cerca il senso di quel che vive, è già pronto: reso simile a quel Cristo che vorrebbe pure che quel calice fosse allontanato da lui, è stato già chiamato dal Padre: quindi gli appartiene.