Quando leggo uno dei testi come l'Apocalisse di Giovanni che l'Ufficio delle Letture propone appunto in questi giorni (l'Ufficio delle letture costituisce una parte della preghiera delle ore cui sono tenuti i religiosi e i sacerdoti ma cui possono accedere ad ogni modo tutti i laici) sono sempre preso da quella sorta di disorientamento peraltro inevitabile che è proprio di noi moderni.
L'Apocalisse dopotutto rappresenta prima di tutto un genere letterario che ha radici profonde nella tradizione ebraica e che del resto ha dato luogo, proprio per la sua visionarietà e il suo profetismo tutto particolare a molte letture semplicistiche e terrorizzanti, non solo medievali; o invece fin troppo cerebrali; nonché a tutte le riduzioni cinematografiche che hanno sviluppato soprattutto l'aspetto del kolossal (vd. Armageddon e simili); senza dimenticare infine che all'apocalisse gridano spesso ecologisti e animalisti, giornalisti e opinion maker, a torto o a ragione...
Insomma l'Apocalisse fa audience e fa proseliti (qualcosa ne sanno i Testimoni di quel Geova che bussa sovente alle nostre porte).
L'Apocalisse costituisce del resto l'argomento principe di una delle nostre ancestrali paure: passerà pure la scena di questo mondo; anche se in fondo la scena di questo mondo che ha da passare è soprattutto ciò che è caduco, è la gloria sciocca e passeggera, il successo, il carrierismo ed il danaro, il potere e tutte le sue regole. La scena del mondo che passa non mette paura a chi ha puntato su altre categorie di vita e su altri valori, altri progetti.
Passa la scena di questo mondo - e direi: "meno male!" - se alla nostra esistenza pensiamo come ad un luogo di continua competizione, di sopraffazione, di continua autoaffermazione e gratificazione; se pensiamo che il nostro Paradiso, il nostro unico giardino è questo.
La vera Apocalisse, con tutti i suoi angeli sterminatori che liberano cavallette a tormentarci può diventare questa: a meno che non siamo segnati da quel crisma, da quello spirito "diverso", da quella luce nuova sul mondo che ci offre un liberatore come Cristo: perché per gli altri, "quanti padroni hanno coloro che dicono di non aver padroni...".
Tutto ciò di certo non vuol dire che l'unico aspetto da considerare sia quello simbolico ed allegorico: una fine ci sarà.
Gli argomenti "novissimi" come dicono i dotti, sono argomenti di fede da non trascurare - ricordava giorni fa Enzo Bianchi - anche per non cadere nella medesima superficialità di chi ritiene che il Paradiso sia qui ed ora.
Di certo, il tormento è già qui per chiunque si lasciasse avvincere dall'idea che altro libera e rende felici; che altro ci salva piuttosto che non uno spirito, una chiave di lettura della vita e un conseguente atteggiamento esistenziale che, invece che inseguire disperatamente ciò che è destinato a tramontare, punta sul giorno che non conosce tramonto.
Ne vedo davanti allo specchio a guardare i segni del tempo che passa (ne conosco!) e non posso non provare tristezza per quella battaglia senza speranza; legati alle cose possedute e comprate, inerti e immobili, cariche solo di ricordi e di un valore simbolico (benessere e modernizzazione) che ormai hanno perduto.
Ne vediamo di continuo tormentati da queste cavallette di una ingannevole pubblicità della felicità a buon mercato e per costoro è già tempo di sofferenza e di Apocalisse.
E bisogna ringraziare Dio se ci apre gli occhi in ogni momento perché vediamo che non di solo pane e tempo, non di solo terra vive l'uomo, ma che solo chi spera in un altro giardino comincia a viverlo già adesso, libero da qualsiasi tormento e da tutti gli sciami di cavallette che ci sfigurano e ci fanno voltolare su noi stessi, come disperati.
Perché in queste condizioni, tali siamo, senza discussione.