Ci sono momenti in cui le decisioni si impongono. Paolo ha deciso che andrà a Damasco a consegnare le sue lettere alle autorità per consegnare loro i seguaci di Cristo. Quel che gli accade per strada è ben noto, compreso il seguito, l'incontro con Anania che nel frattempo ha sognato che colui che un tempo li perseguitava dovrà essere accolto perché questo è il progetto di Dio.
Né Paolo né Anania sembrano decidere: eppure lo fanno. Decidono di consegnarsi all'evidenza di quanto è loro accaduto: uno è stato accecato, folgorato per strada e gli è stato detto di fermarsi presso Anania, per un certo tempo; l'altro di ascoltare quanto aveva sognato. Non c'è timore che tenga, di fronte ad una decisione presa, in questo caso: o almeno non traspare. Non che non si siano posti qualche domanda, immagino, ma certo hanno finito con l'obbedire a quanto sembrava loro evidente, pur di fronte a ciò che ad altri sarebbe potuto sembrare azzardato, una follia.
Imprudenti? Secondo il nostro metro di giudizio sì, perché magari "vuoi vedere che quel sogno è un sogno ingannatore? o che quanto mi è accaduto è solo frutto di un colpo di sole su questa strada terribile e riarsa che porta a Damasco?". I "vuoi vedere che?" ci assalgono di continuo difatti e sono sempre una forma di incredulità a fronte di quello che i saggi chiamerebbero fideismo o creduloneria.
I "Vuoi vedere che?" non sono il sale della terra: la rendono insipida e piatta: la rendono una minestra riscaldata e la rendono sempre uguale a se stessa, incapace di aprirsi al disegno di Dio, all'irruzione del sacro e dello straordinario nella nostra ordinarietà.
C'è - è vero - come dice papa Francesco quella santità ordinaria della gente comune (ne ha parlato domenica); ma anche quella santità deriva sempre da un atto di fede fortissimo, imprudente: quello per cui si crede che la propria santità coincida con la straordinarietà della santità del quotidiano, dove tutta la tua vita è illuminata da quella folgorazione per cui tutto è trasfigurato e reso splendido come le vesti bianche di Cristo sul monte Tabor. Trasforma la tua vita prima che essa trasformi te e in questo sii il più imprudente, folle e stravagante che si possa ritenere, perché davvero chi hai sognato ti ha parlato e chi ti ha accecato e folgorato fa irruzione nella tua esistenza.
Sii imprudente in questo: non morire.
Eppure, una delle virtù che insegniamo da adulti è proprio una malintesa prudenza che di suo dà luogo a chiavi di lettura sicuramente contradditorie e talora pericolose.
Esiste una prudenza borghese ad esempio, da "buon massaro", come direbbe Giovanni Boccaccio, per cui quello che possiedi cerchi di gestirlo con parsimonia e con avvedutezza e questo peraltro non sempre produce grandi frutti (mi torna in mente la parabola dei talenti affidati dal padrone a tre amministratori, di cui il più prudente pensa bene di sotterrarlo per non perderlo); ed esiste una prudenza dell'uomo avveduto ed astuto, "il figlio di questo mondo", sempre per usare una immagine evangelica, laddove il sapersi gestire con scaltrezza, alla fine viene premiato, perché questo costituisce un segno di intelligenza pratica; benché sul piano strettamente morale, quel comportamento non sarebbe proprio inappuntabile.
E' prudente chi sa gestire le proprie energie in una gara di atletica, i propri risparmi, chi non si fa troppi nemici; chi prima di parlare conta fino a dieci e chi prima di prendere una decisione valuta ogni cosa (magari fosse possibile!) e magari prega e riflette prima di prenderla.
E' prudente però anche prenderle le decisioni, è saggio soprattutto, per non restare prigionieri di una eterna incertezza, ed è saggio e prudente anche affidarsi a dei buoni amici, a persone esperte prima di investire e convertire la propria vita, fatto salvo che nessuno ti è amico come chi fa irruzione nella tua vita, non richiesto e non corrotto dalla prudenza stagnante di questo mondo impigrito.
E' vero: forse ogni cosa ha il suo nome ed ogni decisione va presa con i suoi tempi, senza per questo dipendere dal consiglio dei saggi, dal momento che accade che mentre a Roma si discute, Sagunto viene rasa al suolo.
E Sagunto ha lo stesso diritto di Roma, di vivere; anzi di più: perché fedele e bisognosa di aiuto, ma spesso abbandonata, proprio dai sapienti, proprio da Roma. Non accadde anche a Gerusalemme a quell'uomo che per prudenza fu abbandonato dai suoi, dagli scribi e dagli studiosi del tempio, solo perché era imprudente?