Mi ha molto colpito - giorni fa - una riflessione di don Luigi Ciotti affidata alle pagine di un giornale. Mi ha impressionato perchè ancora una volta tira in ballo il nostro modo di intendere educazione e genitorialità (e io ritengo che Ciotti, ben noto per il suo impegno a fianco dei giovani e della legalità, contro ogni forma di esistenza drogata e quindi manipolata, falsa, abbia tutta l'autorita per parlarne con cognizone di causa, ben oltre la teoria). La riflessione riguardava in definitva il rapporto tra società, società familiare e comunicazione reale, in definitiva.
Può essere reale e formativa pertanto una educazione e direi un'informazione/formazione/ educazione che censuri alcuni dati innegabili ed evidenti dell'esistenza umana?
Si può pensare un modello educativo in cui si censurino gli aspetti anche contraddittori e oscuri dell'esistenza, senza con questo trasmettere ai più deboli e meno smaliziati delle informazioni fuorvianti e con questo essere corresponsabili non solo di una visione irreale delle cose e dell'esistenza, ma della stessa inadeguatezza del singolo di fronte alla realtà, quella vera, appunto?
E' ancora una volta in ballo - verrebbe da dire - quel ruolo profetico che è un dovere degli adulti ed di chi possieda gli strumenti e la conoscenza, l'esperienza, per farlo. Nella Sacra Scrittura al profeta viene ricordato che se non lo facesse, si macchierebbe di una colpa enorme, mentre averlo fatto corrisponderebbe ad un'opera di giustizia, a quella funzione di avvertimento, di fronte alla quale poi sta la libertà di chi deciderà autonomamente ma non senza avere avuto l'opportunità di sapere quel che c'era da sapere. E' lo stesso principio - dico - per cui, chi producesse un elettrodomestico o un farmaco che richiedesse alcune precauzioni per l'uso, non può non farne partecipe il consumatore.
Un modello formativo che censura la verità - fa osservare don Ciotti ricordando come per il passato il silenzio riguardasse principalmente la sfera sessuale: era un altro mondo - gravido di conseguenze, è quello di voler preservare ad esempio i nostri bambini dall'esperienza dell'essere tenuti dentro tutta la realtà del vivere, nella sua interezza. E' come se mettessi loro in mano il pc e non dicessi che dietro la chat e il virtuale non c'è anche l'adescatore, il violento, lo sporcaccione, il che peraltro molto spesso accade.
Passare una informazione corretta e completa, quindi educativa e responsabile, insomma vuol dire far presente, senza infingimenti, che nella vita c'è il benessere e la povertà; la giovinezza e la vecchiaia, l'autosufficienza e la dipendenza dagli altri; la fama e il suo tramonto; una vita semplice e una sotto i riflettori; il gregario e il campione; la vita e la morte.
Una volta - prosegue don Ciotti - in tutte le case si faceva esperienza di questa parabola esistenziale; i bambini non venivano "ingannati" evitando loro di partecipare al lutto familiare e del vicino; a ciò che attiene questo passaggio comunque condiviso da una vita ad un'altra condizione. Tutto il vicinato e il condominio partecipava a questo culto, rito e omaggio che è poi il culto della verità dell'esistenza: la vita ha una sua parabola e non è formativo far credere che la morte corrisponda solo all'abbattimento degli ominidi che compaiono sulle nostre paly station o nei film d'azione.
Una cura eccessivamente protettiva della sensibilità infantile e che applica la censura ad una parte dell'esistenza, forse finisce col formare soggetti per i quali la vita è sempre e uccidere un gioco o poco più: al più un'assenza. Allo stesso modo in cui in una famiglia non insegnare il senso del limite, il valore del denaro non educa i suoi componenti a fare i conti con la realtà e li espone ad una incapacità di rapportarsi con la pur prosaica realtà dello spendere quanto è possibile in base alle entrate (non sto neppure parlando di solidarietà e di valori etici, anche se il denaro ha un suo valore etico. oltretutto).
Il problema è che il nostro modello formativo ed educativo - apparentemente protettivo - è solo autoprotettivo e omissivo, assolutamente irrispettoso del dato complessivo della realtà che evidentemente noi stessi non sappiamo più affrontare nella sua interezza, perchè se agli opposti di cui sopra una volta rispondevamo con una lettura della realtà carica di valori e di fedi, oggi che la fede risiede solo in noi stessi, è naturale che ogni elemento che non riteniamo di poter dominare fino in fondo, va emarginato ed omesso, sottaciuto, almeno a livello di consapevolezza. Che poi sia un'illusione è tutt'altro aspetto.
Non stupisce perciò la deriva che è dello stesso tenore verso un mondo che sogna il ricambio dei pezzi vitali (organi da ricostruire, dna e cellule da rimettere in produzione) perchè l'appuntamento da non perdere è quello con l'Uomo creatore, della vita capace davvero di evitare la morte: umanissima e tragicissima tragedia peraltro, di cui ad ora non si vede la fine.
Molto più realistico invece e direi rilassante il messaggio che San Paolo affida nella I ai Corinzi (vedi domani), "è per Grazia che io sono quello che sono". Sono l'ultimo degli apostoli, un poveraccio, mi verrebbe da dire, e conosco il mio limite, ma lo accolgo come una benedizione, perchè mi offre l'opportunità di sperimentare la mia innata debolezza, il mio innato bisogno e insieme mi conforta perchè quello che vedo è l'uomo per come egli è, polvere e gloria, successo e sconfitta, carcere e libertà.