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E IL SETTIMO GIORNO NON SI RIPOSO'

Pubblicato da enzo cilento su 9 Febbraio 2013, 10:29am

Ha fatto abbastanza rumore nelle scorse settimane la mobilitazione contro la liberalizzazione dell'attività commerciale nei giorni festivi (domenica e feste comandate, come si diceva una volta). Non solo la Cei, ma una buon parte dell'opinione pubblica ha rivendicato il sacrosanto diritto - è proprio il caso di dirlo - di santificare le feste e quindi di concedersi quel legittimo riposo settimanale che toccherebbe ad ogni uomo che non volesse fare del lavoro, del profitto e dello shopping il nuovo idolo (in realtà lo sono già, ahinoi, cosicchè ci hanno propinato anche i filmati dei consumatori alle prese con il cambio della merce il giorno di Natale: ma si può?)

Il problema in sè ne richiama molti altri, una sorta di scatole cinesi perchè, come si diceva una volta, i problemi non vengono mai da soli. Al di là dell'aspetto ideologico di cui sopra (shopping uber alles), a non pochi è saltato in mente che questa potesse essere una risposta alla crisi (uno spende in effetti solo se ha; e quindi se non ha, puoi anche tenere aperto Tiffany vita natural durante, io non comprerò nulla). Qualcuno a tal proposito ha sostenuto che l'apertura non incrementa le vendite e anzi pesa sui gestori in modo esponenziale (il lavoro festivo costa di più, a meno che non si assuma tra la selva di senzalavoro che cercano un'occupazione e si accontentano anche d'un piatto di lenticchie); e questi dati, a portata di mano, dimostrano che in effetti gli introiti non coprono mai le spese; ma sarebbe pur vero che l'apertura costituirebbe una sorta di risposta psicologica alla crisi (E come no?. Come dire che la crisi c'è, ma bisogna fare come se non ci fosse. Anche qualche esponente liberista ha sostenuto l'insostenibile rifacendosi a quello stesso meccanismo proprio dei mercati finanziari (euforia e depressione sono contagiosi) e quindi almeno in nome di questo ha dichiarato il proprio totale appoggio alla liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura.

A tal proposito persino in ambito cattolico c'è chi ha sottoscritto questa posizione contro ogni campagna nel frattempo messa in atto dalla Cei (meravigliandomi non poco, un mio amico, responsabile della formazione dei giovani postulanti di un quasi millenario ordine religioso sosteneva in una discussione la bontà della medesima posizione ultraliberista, perchè a suo dire "alla messa domenicale si può partecipare anche il sabato; e alla domenica ci sono messe in tutti gli orari"), dimenticando che il principio da rispettare è quello di potere non solo professare il proprio credo ma anche di riposarsi e di dedicare tempo alla propria famiglia, a se stessi; poi, se uno ne ha voglia, anche al prossimo.

Le prime volte che sono stato a New York, anni fa, (ho una sorella che vive là), mi ha colpito .la totale deregulation del commercio in Usa. Anzi, più sei povero e hai bisogno di tirare su il tuo business, più deregolarizzi i tuoi orari di lavoro (a Spanish Harlem rimanevo stupefatto perchè certi bugigattoli erano aperti tutta la notte per vendere nulla); il che il fondo dimostra che la deregulation se ai più può sembrare un'occasione per i più piccoli, nella sostanza costituisce l'ennesima forma disumana di un certo tipo di sviluppo liberista, dove ai diritti sconfinati dei grandi non corrisponde alcun diritto dei più piccoli,i quali se vogliono sopravvivere devono appunto farlo vivendo da schiavi.

Qualcuno dirà che non c'è via d'uscita (l'impresa è l'impresa). In realtà le misure a difesa dei piccoli imprenditori e dei salariati sarebbero ben altre che costringerli a rinunciare persino al diritto del sabato e della propria identità sociale e culturale (professare la propria fede attiene ad entrambi gli ambiti, in effetti); mentre chi è in condizioni di effettiva debolezza, perchè in cerca di lavoro, perchè in possesso di una famigliia che ne richiede una presenza puntuale e continua, chi per motivi di salute a certi straordinari non si può comunque piegare, in ogni caso sprofonda ancora più giù, perchè dalla B degli svantaggiati, cade nella serie C degli impossibilitati a competere.

Per una delle mie strane associazioni di pensiero, riflettevo su quanto anche stamane propone il Vangelo di Marco. La gente che vuol ascoltare una parola di conforto, che vuole essere aiutata, segue Gesù e gli apostoli dappertutto, tanto che persino Gesù pensa di sottrarre i suoi per un attimo a questo darsi da fare. Ci si apparta un attimo, ma basta poco perchè ecco di nuovo la folla a chiedere e loro a rendersi disponibili, utili, perchè davanti a questa gente e a questo suo bisogno Gesù per primo si commuove. Il riposo può attendere: o meglio, c'è un riposo più grande che consiste nel lavorare a sostegno del bene comune. Per questo tipo di impegno non vige in sostanza l'obbligo del sabato.

Io ritengo che ai cristiani, alla gente che ha a cuore il bene comune, cioè che si commuove ancora di fronte al bisogno, per quanto si sia solleticati - io per primo - dall'idea di lasciare che le cose vadano come vanno (vedi l'aria che tira in tema di disumanizzazione anche dei ritmi e di dignità del lavoro), spetta invece il compito di impegnarsi, di commuoversi, di non piegarsi alla logica del prepotente, dell'idolatria del capitale, cercando sempre la via diritta e rispettosa dei diritti di ciascuno perchè il lavoro e i servizi siano accessibili a tutti, ma ognuno a seconda della sua necessità sociale.

Ma forse è proprio su questo che non ci si intende più e su cui bisogna a mio avviso combattere: fare shopping non può essere posto sullo stesso piano della disponbilità immancabile di un Pronto Soccorso o di un Numero Verde della Protezione Civile. Non si può spacciare il diritto di fare spese quando se ne ha voglia come un must che del resto confligge con il diritto sacrosanto di non essere schiavizzato dal lavoro di chi va al lavoro ci va per permettere ad altri di dilettarsi nello sfizio dell'acquisto (quant'è bello il mondo dominato dalla credit card).

E sulla rotazione o turnazione tutti sanno che questa non risolve nè i problemi della mancanza di lavoro (nessuno assume per una domenica al mese) nè risolve il problema della contrazione dei consumi che in un Paese in crisi, dentro un sistema in crisi, non può essere affrontato in modo così marginale.

Esiste infine - tornando al Vangelo di oggi - una legittima stanchezza che provano tutti coloro che sono per certi versi chiamati a prendersi cura dell'uomo nella sua interezza, ma esiste anche un bisogno, quello di tener vivo il principio della dignità primaria dell'uomo, da cui non si può non essere interpellati e richiamati al lavoro. C'è una povertà, non solo materiale, un'indigenza ed inferiorità che non può non chiamarci ancora alla commozione, alla partecipazione, all'azione appunto.

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