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Di una vincente debolezza

Pubblicato da enzo cilento su 21 Giugno 2013, 08:12am

C'è una debolezza di cui sia possibile vantarsi?

Direi, con San Paolo, che essa esiste; e consiste in quella che ci rende capaci di sopportare

"Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli da pagani, pericoli nelle città, pericoli nel deserto; pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità".

Che è poi una rilettura delle Beatitudini di cui parlano nel ben noto Discorso della Montagna, Luca e Matteo.

"Signore, quand'è che ti ho fatto tutto questo?" - verrebbe voglia di dire - Al che la risposta sarebbe: "Ogni volta che lo avete fatto ad uno di questi fratelli più piccoli, lo avete fatto a me".

E allora è davvero da beati essersi sottratti alla tentazione delle proprie sicurezze per esporsi ai briganti, ai viaggi, ai nemici, ai falsi amici, agli ipocriti, ai doppiogiochisti, agli egoisti e agli speculatori che sfruttano l'indigenza ed il bisogno altrui per arricchirsi.

Essersi resi - intendo - vulnerabili e oggetto di scherno e derisione, di ostruzione e di ostracismi, di veti incrociati - diremmo oggi; essersi messi dalla parte del debole per difenderlo, perché - ricorda sempre il Vangelo, quest'oggi: "Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore".

Ora, a differenza di quanto comunemente ci si vuol far credere, il nostro tesoro è a partire dall'eredità che il Signore ci ha lasciato: nei fratelli, negli uomini in cui Cristo continua ad essere vivo e presente. Sono essi il primo e il più prossimo dei tesori; il nostro cuore non può non stare là.

Non può non lottare per loro, condividere le loro pene, allo stesso modo in cui Cristo le ha condivise, si è commosso, ha guarito, si è adirato contro l'ipocrisia, fino a scegliere - in nome di questo - di darsi in toto, fino alla consunzione.

La debolezza che non è accettazione supina dell'ingiustizia quindi: ma è mettersi a fianco di chi la subisce, mettersi quel peso sulle spalle e rendersi quindi debole come Lui.

Mi venivano in mente queste riflessioni mentre leggevo l'intervento del Pontefice rivolto ai partecipanti alla 38° sessione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

"Persona e dignità umana rischiano di diventare un'astrazione di fronte a questioni come l'uso della forza, la guerra, la malnutrizione, l'emarginazione, la violenza, la violazione delle libertà fondamentali o la speculazione finanziaria che in questo momento condiziona il prezzo degli alimenti, trattandoli come ogni altra merce, dimenticando la loro destinazione primaria":

Farsene carico oggi significa sottoporsi ai viaggi innumerevoli, ai pericoli di fiumi ed ai pericoli di connazionali e briganti; minacce di falsi amici; in città e deserti, sul mare: fino ad essere messi ai margini, a nudo, essere di scandalo persino tra i propri familiari, a causa dello zelo: diventare "un estraneo per i nostri fratelli, uno straniero per i figli mia madre".

Il che può accadere: persino tra credenti, tra fratelli nella fede, nella stessa famiglia, perché viene il giorno in cui, di due persone che sono nella stessa casa, una riconosce la salvezza e l'abbraccia; l'altra invece resta prigioniera di quella che ritiene di potersi dare da solo: infischiandosene degli altri

Eppure questo pericolo dell'incomprensione, della debolezza agli occhi del mondo, va corso.

Il prossimo anno - annuncia Francesco - sarà dedicato alla famiglia rurale "Sono questi gli elementi (quelli alla base della solidarietà e della condivisione familiare ndr ) capaci di rendere meno gravose anche le situazioni più negative e condurre ad una vera fraternità l'intera umanità, facendola sentire una sola famiglia nella quale le attenzioni maggiori sono rivolte ai più deboli.

Riconoscere che la lotta alla fame passa per la ricerca del dialogo e della fraternità conclude il Papa - significa per la Fao che il suo apporto nei negoziati degli Stati, dando slancio ai processi decisionali, sia caratterizzato dalla promozione della cultura dell'incontro, per promuovere la cultura dell'incontro e la cultura della solidarietà".

Perché è proprio quando siamo deboli che siamo forti, cioè credibili, incisivi e degni di attenzione.

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