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Le Piccole Catechesi e la Grande Persecuzione

Pubblicato da enzo cilento su 13 Agosto 2013, 15:05pm

Tags: #I PADRI

In greco la parola martyres non fa distinzione tra testimoni e martiri, com'è noto.

Ecco perché al fondo della Piccole Catechesi di Teodoro Studita e dei suoi discepoli che poi ne curarono la classificazione, emerge prima di ogni altra cosa questa consapevolezza: che la vocazione monastica stessa non è diversa dalla vocazione al martirio e quindi alla testimonianza.

In questo, un ruolo non trascurabile lo gioca indubbiamente il fatto che la storia stessa degli studiti, ma inclini al compromesso ed all'oikonomia, cioè all'accordo e alla sottomissione di fronte ai soprusi, veri o presunti che fossero, è tutto un susseguirsi di persecuzioni, di esili - volontari o meno - di abbandoni e di dispersioni.

Teodoro, infatti, così come inizialmente lo stesso zio, Platone, già igumeno a suo tempo e che, a differenza del nipote, prediligeva la vita e la preghiera solitaria, furono costretti a lasciare le proprie sedi già una prima volta per la "crisi moichiana", quella legata alla condotta adultera dell'imperatore Costantino VI (795), le cui nuove nozze erano state peraltro avallate anche dal patriarca di Costantinopoli, ma scatenarono una vera parrhesia da parte di Teodoro.

Sciolta la comunità di Saccudion, pertanto, Teodoro, nell'occasione, si ritrovò confinato a Tessalonica.

Ma, anche in altre occasioni: sotto l'imperatore Niceforo (806) e ai tempi di Leone V l'Armeno, in piena lotta iconoclasta, e nonostante il pronunciamento del concilio di Nicea, fu l'esilio l'esito finale degli Studiti; senza risparmiarsi neppure l'esperienza del carcere (Metopa, in Bitinia); la flagellazione, subita insieme al discepolo Nicola e l'esilio volontario che lo condusse alla morte, avvenuta nell'826, anche a seguito dei disagi e delle ristrettezze vissute in questo burrascoso percorso che fu appunto, neanche a dirlo, "un martirio".

Ma "è questa la vocazione del monaco" - sostiene lo stesso Teodoro nelle Catechesi - il quale, d'altro canto, non tollera chi, pur di riacquistare monasteri e le condizioni per una vita tranquilla, non esita a mettersi d'accordo con chi interferisce con la vita stessa della Chiesa.

Le Piccole Catechesi sono dunque anche il racconto di tutto questo, tra l'altro; contenendone chiari ed espliciti riferimenti, tutti letti oltretutto grazie ad un continuo richiamo alla Scrittura e ai Padri; tanto che davvero queste pagine parlano la lingua della Scrittura e ne riflettono e ne confermano l'iter di fede:

Non dobbiamo temere, né spaventarci per le prove che ci assalgono: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8,31); se è stato con noi nelle persecuzioni passate, come potrà non essere con noi miseri anche in quelle che stanno per raggiungerci, confermandoci e fortificandoci in ogni cosa, seconda la sua promessa?..... Ci metteranno di nuovo in prigione? Ma niente è più dolce della prigione a causa di Cristo! Ci flagelleranno di nuovo? Ma così ci procureranno ancora più corone..." (Piccole Catechesi, 14)

Ed è questo, in genere, il tenore di tutti quei passi in cui l'allusione e alle vicende degli studiti (dei monaci in genere, quelli fedeli alla testimonianza) e ai testi scritturali appare come una trama fittissima di rimandi e di conferme speculari.

Catechesi che, pronunciate all'ora prima, nell'orthros dei monaci, cioè al sorgere del sole, sono catechesi nel senso etimologico del termine, cioè nate con l'obiettivo di "far risuonare nelle orecchie" l'insegnamento, quindi istruire, in uno splendido incastro tra Parola e Vita.

La loro classificazione, di cui si diceva già in apertura, è avvenuta ad opera dei discepoli di Teodoro, secondo i criteri di catechesi pronunciate "secondo l'ordine liturgico" e quindi composte o per le feste del ciclo mobile o per quelle del ciclo fisso; Catechesi occasionali (eventi e ricorrenze uniche); e quelle infine utilizzabili, non essendovi indicazioni "proprie del tempo", in quei giorni in cui non esistessero catechesi "proprie".

Fu proprio questa ricchezza delle fonti cui si faceva cenno a decretarne il successo, del resto. A parte le fonti come il Salterio, i Vangeli di Matteo e Giovanni, le lettere di Paolo; è il riferimento alle autorità dei Padri a farla da padrone: da Atanasio a Ignazio di Antiochia; a Basilio, Giovanni Crisostomo, Gregorio di Nissa, Doroteo di Gaza e Giovanni Climaco, in primis.

"E' veramente beato chi è stato giudicato degno di partecipare alle sofferenze di Cristo, anche solo in una certa misura: chi è stato perseguitato, perché anche lui è stato perseguitato; chi è stato arrestato, perché anche lui è stato arrestato; chi è stato coperto di insulti...Questa nostra comunione di vita diventa comunione di sofferenze: infatti se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui (I Cor 12,26). - si ribadisce nella Catechesi 62

Il messaggio fu in breve, universale: dal monastero delle Grotte di Kiev a tutta la Russia; dal Monastero della Madre di Dio Everghetis di Costantinopoli; dal monte Athos all'Italia meridionale (cfr. J.Leroy "La vie quotidienne" e T, Minisci "Riflessi studitani nel monachesimo italo-greco), il modello studita si diffuse a macchia d'olio, rinnovando tutto il monachesimo bizantino fino a tutto l'XI secolo.

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