Ve lo immaginate un uomo di cinquantanni intimidito come un ragazzino davanti ad un suo coetaneo? Beh, è stato quello che mi è accaduto stamane incontrando il vescovo della Diocesi in cui vivo da qualche mese. Sarei bugiardo se dicessi che l'emozione nascesse dalla consapevolezza di essere di fronte al colui che, per successione apostolica, rappresentava per me un diretto intermediario tra me e Cristo (non sono arrivato a questo grado di lucidità); è vero però che sentivo che quell'uomo finiva per certi versi con il costituire il banco di prova di fronte al quale passava la legittimazione di quel che sento, quasi a suggello della veridicità di quanto vivo e provo. E se è vero che solo io nel segreto e nella preghiera ho modo di poter dire a me stesso ed a Dio in quale misura il mio slancio per lui sia paragonabile alla sua generosità per me, è pur vero che raccontare la mia storia a chi è designato per successione a guidare una porzione della sua chiesa, è stato per me un'emozione grande che quasi mi gettava nel panico.
Del resto, come si fa a raccontare in pochi minuti la storia di una vita e di un incontro non voluto nè cercato, quello con l'Assoluto, nel bel mezzo del silenzio spirituale e del totale agnosticismo personale? Come fare a raccontare il momento in cui si è percepito che qualcosa stava cambiando quando tutto questo è stato dentro un percorso lungo e pieno di segnali lasciati da Lui per farsi trovare? Ho avuto paura infatti di essere scambiato per un visionario raccontando quella voce e quella spinta, quel momento: mi sono censurato e forse non avrei dovuto. Tu davvero mi hai preso per la mano destra - mi dico sempre - e questo io l'ho percepito fin da subito benchè abbia dovuto vivere tante peripezie. Fin da quella prima preghiera del Nunc dimittis Domine, ho sentito la tua voce con chiarezza, senza enfasi, come di uno che si lasciava scoprire parlando.
Ad ogni modo ho provato a raccontarlo stamane mentre mi studiavo il viso e le reazioni impercettibili che attraversavano quel volto che cercava di essere lucido e razionale eppure non chiuso alla trascendenza che è propria del discorso relativo alla fede e al suo farsi presente. Così, dopo avere annaspato come ora,, quando quasi me ne sarei scappato perchè non riuscivo a far emergere il mistero vissuto anche a casua del fatto che non mi ero preparato alcunchè da dire, ecco che pian piano ho sentito che la verità si faceva strada: che non cercavo sistemazioni di comodo, che Cristo non mi chiedeva surrogati e mediazioni idolatriche, che Cristo per me era davvero diventato l'unico motivo della mia esistenza e della mia vocazione.
Mi si è fatto presente è vero passando per Francesco e per la Povertà, la sobrietà, mi è capitato di vivere tra Roma ed Assisi questo richiamo forte all'essenziale della sequela, ma poi Cristo stesso è diventato - come è - più grande di Francesco e di qualsiasi altra esperienza umana. Cristo è una esperienza autentica e singolare, personale, per ciascuno di noi, che non si fa culto di una personalità che pure può averti attirato ma diventa davvero più intimo di te stesso: diventa quel che sei tu più nel profondo, perchè parla in te rivelando davvero il tuo cuore, venendo al cuore del problema che sei tu come uomo, come reale risposta personale a quella tua domanda, unica nel suo porsi, che emerge al fondo della tua esistenza.
E mentre le delusioni sgombravano in modo salutare il campo da qualsiasi idolatria umana, per cui non era Francesco, non era Benedetto, non era nessun altro da seguire se non Lui in persona, ecco appunto che seguire Cristo diventava davvero l'oggetto più puro del mio amore. Era lui che aveva parlato a me, quel giorno: non Francesco, nè nessun altro. E' a lui che appartengo: al suo disegno che mi compenetra e mi attraversa. Cristo è la verità unica di ogni uomo, riducendosi ad altro solo perchè noi alla fine riconosciamo l'Altro, la voce autentica che abbiamo riconosciuto.
Questa cosa alla fine, dal mio faticoso raccontare, è venuta fuori e mi sono sentito non dico capito ma compreso, quindi accolto, quindi ascoltato. Alla fine mi si è proposto di cercare assieme quel luogo in cui Cristo mi proproneva di essere felice, ancora una volta, facendone esperienza: dopo aver creduto che questo luogo fosse un monastero o un luogo appartato e sempre più evidentemente scoprendo che non è un luogo nuovo che mi si prospettava ma una vita piena, quella in cui Egli sarebbe emerso completamente nel vivo della mia storia.