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La stanchezza dei giusti

Pubblicato da enzo su 21 Febbraio 2013, 18:53pm

Stasera, fortunatamente, me ne andrò a dormire con la sensazione di aver fatto tutto quello che era nelle mie possibilità. Diciamo che ho cercato di scandire la mia giornata tra studio, lettura, un po' di sport praticato (amo correre al mattino). Il riposo del giusto? Non saprei rispondere. Le mie intenzioni erano le migliori: questo sì.

Certo, un giusto nel senso pieno del termine sarebbe colui che è stato in grado di rendere ragione della speranza e direi dell'attesa che è in lui. Quali sono le nostre speranze e le nostre attese? - mi chiedo.

Per un periodo ho ascoltato con un gusto un po' retrò la musica degli anni 60 (non è la mia, generazionalmente parlando). La canzone, il cinema e poco altro sono in effetti gli unici in grado di fotografare così diffusamente e così fedelmente le aspettative e le speranze di un popolo e di una generazione.

Mi colpivano certi messaggi così ingenui - in apparenza- quelli del pacifismo (Mettete dei fiori nei vostri cannoni), dell'uguaglianza, dell'amore universale, dell'anticonformismo. Se uno andasse a rileggersi quei testi, oggi, sorriderebbe. E così anche chi conoscesse l'inglese a menadito e rileggesse i testi dei Beatles e degli Who, quella di My Generation; di Bob Dylan e Donovan, solo per citare i primi che mi tornano in mente.

Scusate il salto, ora: quelli erano gli anni che sarebbero sfociati nella contestazione giovanile ed a cui la Chiesa Cattolica avrebbe risposto con quella grande apertura della stagione del Concilio Vaticano II. Nessuno della mia generazione può immaginare quale fosse realmente il volto della Chiesa Pre-Conciliare ed in ogni caso sarebbe bene per tutti - specie per i credenti - confrontare certe aperture dei documenti conciliari con le posizioni precedentemente assunte. In ogni caso esco subito dal ginepraio.

Voglio solo dire che quella generazione che poi sarebbe confluita - in casi estremi - nelle forme più violente di contestazione e lotta, coltivava in ogni caso grandi sogni e speranze, tutte mondane certo, e che per queste ciecamente avrebbe lottato fino al trionfo dell'ideologia a scapito della ragione e dell'umanità. Paolo VI, uomo di sensibilità estrema, che pure si era reso protagonista di queste aperture al mondo dell'arte, della comunicazione, del sociale e dei lavoratori, con l'assassinio Moro, avrebbe toccato con mano l'imbarbarimento estremo di una speranza che si chiamava utopia. Era il punto di non ritorno.

Da allora sarebbero morti molti sogni e molte canzoni si sarebbero spente nella disperazione. Mi ricordo il De Andrè di quegli anni, per fare un esempio, lo stesso De Andrè che aveva entusiasmato Radio Vaticana col suo La Buona Novella. Ma erano altri tempi. E gli anni di piombo avrebbero fatto seguito a questa frustrazione. Ho letto l'altro giorno l'intervista alla vedova Calabresi a questo proposito giorni fa: una donna in grado di perdonare, sembrerebbe, senza dimenticare.

Quelle giornate con la stanchezza di chi si sentiva a suo modo giusto erano piene di comitati e di incontri, di momenti di confronto - intendo - di manifesti da preparare, di un sociale in cui intervenire, di una fede peraltro mal riposta nell'uomo ideologico mentre l'unica fede di cui l'uomo sia degno è quella che deriva dall'impegno personale e dal perdono. Io ero solo un bambino ma ne ho visto il seguito...

Di cosa è fatta oggi la stanchezza del giusto? Di cosa le nostre giornate? Di cosa si riempiono le nostre speranze? C'è un panorama desolante: è inutile negarselo. E se l'ideologia aveva sostituito Dio, oggi il niente sembra avere soppiantato entrambi. Forse Dio va pregato perchè gli uomini continuino a credere in una speranza che non ci deluda fino alla violenza ed all'annichilimento e che la stanchezza del giusto non sia quella di chi non crede più ma di chi non si stanca di adoperarsi per non essere mai stanco di crederci ancora.

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