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La primavera armena

Pubblicato da enzo cilento su 23 Aprile 2013, 18:05pm

Guai ai vinti - come sempre - guai alle popolazioni che la Storia sacrifica sull'altare dell'orrore e della prepotenza. E la storia si ripete, ossessiva, come la corona di un Rosario senza fantasia. Perché come la Arendt ricordava, la banalità del male, passa anche attraverso una totale mancanza di creatività. E' il bene ad essere creativo, a far nascere; il male non ne è capace: è muto, silenzio e morte, compulsione e reiterazione dell'atto distruttivo.

Il 24 aprile dunque, come accade ormai ogni anno, tocca a migliaia di cittadini armeni, di pellegrini e di sopravvissuti, che risalgono infatti lungo il fianco della Collina delle Rondini, a Erevan, capitale della piccola repubblica caucasica, per potersi raccogliere in preghiera presso il Memoriale del Genocidio, visitare il Giardino dei Giusti e ricordare che non si può continuare a far finta di ignorare questo altro obbrobrio della storia.

Per gli Armeni questo è il giorno del Metz Yeghem.

Nulla di nuovo sotto il sole dunque.

Eppure lì, tra le nevi perenni dell'Ararat e una vecchia orribile statua di Stalin, per rompere il silenzio, sorse nel 67 questo primo Sacrario che ricorda - contro tutto e tutti - il milione e mezzo di Armeni massacrato dall'esercito dei Giovani Turchi.

Vengono dunque in questa data come per un pellegrinaggio anche se vivono lontano, altrove, gli armeni: in Europa, come gli Aznavour e i Djorkaeff, per citare due nomi noti; o dall'altra parte dell'Oceano, perché nessun vuol fare svanire la memoria di quell'aprile del 1915, quando un primo coefficiente di Armeni venne deportato e giustiziato ad Istanbul.

Dopo di loro, il genocidio ebbe seguito attraverso una campagna orribile e studiata di deportazione verso regioni remote e periferiche, come quella siriana di Deir al-Zor dove gli sfollati vennero tenuti in condizioni disumane fino a determinarne la morte per stenti e per inedia.

Noi non vogliamo dimenticare - dicono i discendenti di quei sopravvissuti - anche se per evidenti motivi di opportunità internazionale all'interno del sistema Nato oltre che nel blocco ex-sovietico, per anni il genocidio è stato occultato e volutamente sottaciuto: gli Armeni erano troppo poco importanti e marginali di fronte a considerazioni militari, macro-economiche, alla luce di equilibri geopolitici.

Il fatto è che oggi, molti nipoti di quelle vittime costrette nella migliore delle ipotesi all'esilio, vivono in Paesi come Stati Uniti e Regno Unito e la loro sete di giustizia, di riconoscimento, si incontra con la conoscenza sempre più consapevole dei propri diritti e degli strumenti atti a vederli finalmente riconosciuti.

Altrove invece, in Turchia, solo negli ultimi anni è stato possibile rendere pubbliche notizie in merito, tramite il lavoro di documentazione messo insieme dal Patriarcato di Costantinopoli e grazie ad una petizione apparsa su internet (L'appell au pardon) sottoscritto da un buon numero di intellettuali turchi e ben presto bannato dalla rete.

Tra i primi a denunciare i crimini un italiano oltretutto: Giacomo Gorrini, console italiano a Trebisonda che fu testimone oculare della deportazione e del massacro che denunciò pubblicamente nel 1915, atto a cui fece seguito la pubblicazione di un testo, Testimonianze, dedicato alla questione armena (1940).

Oggi il suo nome è ricordato presso il Giardino dei Giusti degli Armeni. I genocidi sono tutti uguali: monotoni e ripetitivi. E tutti hanno diritto di essere raccontati. in nome di una universale giustizia.

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