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Gigli dei campi non figli dei fiori

Pubblicato da enzo cilento su 22 Giugno 2013, 07:54am

Mi ricordo di quell'Arlecchino servitore di due padroni (il grande Soleri), notissima commedia di Goldoni, che in scena si affanna a fare e disfare, a nascondere e tramare, a progettare e a tendere insidie fino ad avere letteralmente il fiatone.

Gli attori di teatro, gli attori goldoniani, sanno bene di cosa parlo: si tratta di una recitazione nervosa, tutta scatti, trafelata, che richiede doti di fondo - parlo di capacità respiratorie - non comuni, al punto che, prima di essere affrontate, certe parti richiedono un vero allenamento alla respirazione, quasi un training atletico.

Per tutti gli altri parla l'esperienza: chi vive una doppia vita e si divide fra troppi padroni, non vive molto diversamente dall'Arlecchino goldoniano. Ci si dimena alla ricerca affannosa di un equilibrio impossibile, anche qualora si dovesse trattare di amori tutti leciti (non solo l'antinomia Dio/ricchezza) e quindi in teoria non forzatamente in contrapposizione tra loro.

Tanto che è della persona intelligente e realista, anche di fronte ad impegni tutti buoni e leciti, persino santi, imparare a lasciar andare qualcosa, a delegare.

Vivere così è un po' vivere confidando solo in se stessi, sopravvalutarsi.

E' l'errore del presuntuoso, dell'apprensivo (che del resto ha sempre poca stima degli altri), dell'accentratore: non certo del servo inutile.

E costui pertanto si condanna praticamente a non vivere più: tanto meno il giorno presente, perché già consumato dall'ansia di quel che sarà domani.

Verrebbe voglia di rispondere a costoro "non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete e berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?".

Varrebbe la pena farlo, se però alla cosa non volessimo dare il tono di un disimpegno totale verso se stessi e gli altri, tanto da farne un alibi per una sorta di lettura edonistica e da "carpe diem" che invece non è nelle intenzioni del Vangelo.

La pena quotidiana, la tua fatica, come dice più avanti il passo, non te la può togliere nessuno ed è anche giusto che ogni giorno sia pieno di quell'impegno che occorre per vivere e per dare senso alla vita, tua e di quelli che ti incontrano: "Cercate invece anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta".

Come dire, che non si tratta esattamente di vivere necessariamente come dei poeti hippy e dei viandanti, trascorrendo il proprio tempo a godersi la Provvidenza di Dio che chiaramente si manifesta nello spettacolo del creato; ma di adoperarsi "anzitutto" perché venga il Regno di Dio, attraverso la nostra vita e le nostre opere; che cioè noi diventiamo la manifestazione della sua giustizia, cioè della sua bontà e della sua misericordia.

Sarà questa priorità, questo riposizionamento dei valori a far sì che il resto non manchi: perché, chi si adopera per il Regno di Dio, sa pure che il suo Regno significa anche sfamare gli affamati, dar da bere agli assetati, visitare gli orfani, le vedove e gli infermi, non escludendo nessuno.

Lo ha insegnato Cristo in cosa consisteva far venire il suo Regno e fare la sua volontà.

I gigli dei campi, l'erba del campo, i raccolti che cibano anche gli uccelli del cielo sono un dono di Dio nelle mani di coloro che cercano il Regno di Dio come un dono per tutti. Dio li ha messi nelle loro mani.

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