Per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno – afferma in modo categorico, stentoreo, San Paolo nella lettera ai Galati.
E dire che il nostro bel compitino per essere perfetti lo sappiamo fare per bene, con tutte le pratiche di pietà, quelle cultuali e le opere di misericordia fatte al posto giusto, nel momento giusto.
Che ci applichiamo a capire, ad approfondire, a disquisire, a fare la parte dei Maestri: della Legge appunto. Sperando che basi questo ad essere uomini.
Per carità! Nessuno che voglia negare il valore della conoscenza – state contente umane genti al quia – e dell’approfondimento: io ho costruito la mia vita sullo studio e sulla lettura e ne sono ben contento; ma neppure il più sapiente tra gli uomini senza la fede può pensare di aver salvato, cioè di aver dato un senso, alla propria esistenza.
“In realtà, mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio – continua Paolo – Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio…”
Perché è proprio l’osservanza maniacale, l’essere legati alla norma e non allo Spirito che impedisce di riconoscere Cristo ovunque egli si faccia trovare; e rattrappisca lo Spirito al punto di non riconoscere più l’opera e la bontà del Padre che ci soccorre e ci viene in aiuto liberandoci dalla rigidità della Legge, per mezzo di quell’amore che è stato messo sulla croce al mio posto e al posto della mia legge stessa, dice il testo: non perché la legge sia da rinnegare ma perché essa si completa solo attraverso l’amore che peraltro non annulla in alcun modo la ragione, la ragione del cuore, appunto.
Mi sovveniva questa riflessione ieri sera, quando pensavo alla norma inflessibile che noi sovente imponiamo nel giudizio: delle nostre azioni e di quelle altrui; chiudendo il campo alla fantasia di Dio e alla sua generosità.
Ogni volta che la regola diventa disumana noi finiamo col crocifiggere lo Spirito in nome della lettera; con il condannare invece che accogliere; con il pretendere invece che ricevere tutto come dono.
E sentendoci bravi, orgogliosi di esserlo, perfetti, non siamo in grado di perdonare nulla a nessuno – a partire da noi stessi – e non sappiamo amare; neppure essere amati, perché un amore che nasca dalla pretesa di dover essere amati in quanto perfetti non è amore: è solo giusta retribuzione.
Guardate un po’ se il mondo oggi non è questo: pretendiamo di essere amati e riteniamo di avere tutte le carte in regola: perché siamo intelligenti, colti, spregiudicati, fisicamente belli come dei modelli.
Lo compriamo il nostro amore: come facciamo con la Legge.
Lo pensavo, sì, mentre cercavo ancora di capire le parole, una per una, e mentre – durante la recita del Rosario o dei Salmi - cercavo di comprendere ogni concetto: chiarezza prima ancora che fede.
Allora mi sono sovvenute due immagini: la prima rimanda ad una suggestione che richiama alla mia lettura più recente, quella del Libro di Giobbe.
Non è parlar di Dio, capir chiaramente ogni cosa, che sia parlar bene di Dio: lo è invece parlagli. Ed ascoltarlo.
Non è la perfezione e l’inappuntabilità del nostro pregare che determini il valore della nostra preghiera: lo è il mettersi a farlo. A tu per tu.
La seconda rimanda al Salmodiare di Davide e poi dei nostri Padri.
Spesso mi sono lamentato che intonare i salmi mi impedisse di comprendere quanto stessi dicendo.
La verità è che questo è importante ma non è l’assoluto: diventa anche questo la legge.
Il salmodiare è come il cantar di giubilo di Agostino.
Non mi ricordo bene le parole – è vero – ma sento il piacere di quell’armonia di cantar le lodi a Dio con quel motivo là, quell’armonia là, che non ricordo bene ma mi è rimasta nella mente: anzi di più: nel cuore.
Vorrei dire infine che mi viene voglia di cantare e di pregare, magari un po’ così, perché – come dice Paolo – vivo questa vita nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.”
E a chi, se non a quelli che, in nome della legge, volevano che anche Lui ricordasse tutte le parole e che cantasse la sua missione secondo gli accordi precisi fissati dalla loro legge e dalla loro accademia di pensiero?