Nella navata arriva di tutto: molti ragazzi, donne con un bimbo in passeggino; anziani, alcuni piegati su di un fianco a mantenersi su di una stampella, altri ingobbiti e piegati in avanti; qualcuno che arranca, un passettino dopo l'altro; e, a guardarli alle spalle, mentre sono i tra i banchi, teste a volte quasi calve, anche quelle di tante donne, mamme di miei coetanei ed amici, riviste dopo venti anni e più, un'altra persona rispetto a quella vigoria svanita col tempo.
Non posso fare a meno di provare tenerezza e commozione stando lì a guardare, quasi volessi con lo sguardo porre una mano sulla spalla o sulla testa: come vorrei che facessero a me, quando sono sconfortato; come immagino che faccia il buon Dio quando sono lì a farmi domande, un po' rannicchiato su me stesso.
Ma sono soprattutto quelli in carrozzina, giovani che arrancano su due stampelle, un passo trascinato dietro l'altro, colli e teste che a malapena si reggono in una posizione obliqua, rovesciata all'indietro o su una spalla; persino bambini.
Eppure camminano: talora si lasciano sostenere; altre volte, spingere.
E talora sorridono; sicuramente pregano, con tutta la loro fatica e con tutta la loro domanda, che è anche la nostra: o forse è ancor più nostra che loro: perché forse una risposta ce l'hanno dentro già; magari quella mano sulla spalla di cui dicevo prima.
Mi è venuto così da pensare, immaginando la domenica degli sportivi, che lo sport della vita è un santa abitudine, come una vocazione, ed è lo spettacolo più bello e commovente del mondo.
Che bisogna ringraziare quelli che ce la mettono tutta ad arrivare a quel traguardo che arriva in fondo alla navata o solo sull'uscio della chiesa; che fino all'altare e al sacerdote ci arrivano sulla propria croce, gloriosa e splendente, come un gol all'ultimo secondo, una rovesciata volante nella partita di pallone.
Che volano da un'area all'altra e incutono fiducia e speranza a noi comuni deambulatori che ad ogni ostacolo vorremmo cadere o invocare un calcio di rigore, un'espulsione.
Non si fa così, non si gioca così.
Si gioca e si fa musica, in campo, con gli strumenti che abbiamo a disposizione, con quelli che abbiamo in uso. Ed è ben strano che in inglese "giocare" e "suonare" usino lo stesso vocabolo "play": perché è la voglia di giocare che determina ogni partita.
Mi sono detto questo e pensavo a tutto il bene che fanno le gambe tronche di Zanardi, gli occhi spenti di Minetti, il collo abbandonato di Borgonovo e tutti gli strumenti che fan suonare quelli come loro, quelli che ritornano in campo dopo un tumore, dopo un'operazione al cuore.
Che fan venire la voglia ancora di giocare, di suonare, di non fermarsi, di continuare a scendere in campo: perché, la forza loro testimonia per noi e che Dio sulle loro gambe si è posto come una luce a tracciare il cammino.
"Play it again, Sam" - diceva un film. Non ti stancare mai di suonarla, di farcela sentire, Signore, questa canzone!