Leggevo stamani la recensione di un Le lacrime degli eroi di Matteo Nucci, che tra l'altro fa seguito ad altri testi analoghi come Le lacrime di Achille di Helene Monsacrè.
La tesi di fondo è che gli eroi sanno piangere: almeno quelli della letteratura greca antica.
Che la grandezza di Achille, il coraggio del piè veloce, la sua ira funesta, quella del Pelide, è tutt'altro che sminuita dalle lacrime.
E Come lui piangono Diomede ed Agamennone, Ettore e soprattutto Ulisse, Menelao e Patroclo; ma io aggiungerei anche Alessandro Magno, come immagina Pascoli nel suo poemetto Alexandros, dal suo occhio nero come la morte e da quello azzurro come il cielo. Piangono dunque... Meglio ancora: sanno piangere.
E se non sanno piangere si aggirano per il mondo come impazziti: come Olimpias - madre di Alessandro che ancora lo aspetta a Pella, appunto "in un sogno smarrita": quello che venga qualcuno a svegliarla e a dirle che suo figlio è vivo, è tornato.
Piangere ci salva dalla disperazione: ci salva dalla follia.
Ma ancor di più. Saper piangere - come sostiene Nucci - in fin dei conti è giusto il segno della loro umanità: vera.
Un semidio non piange infatti; una statua marmorea non piange, anche se bellissima; un guerriero tutto d'un pezzo non piange; nella sua impassibilità disumana l'arte classica non fa piangere i suoi eroi. E non fa piangere neppure noi che la osserviamo.
La bellezza vera fa piangere. L'altra è algida.
Non piange l'età serena di Platone: non piange il greco del trionfo della ragione.
Lo fa il barbaro delle origini invece, l'eroe omerico; lo fa il barbaro dell'età ellenistica semmai: perché non c'è ancora (o non più) il filtro disumanizzante della filosofia e della filosofia morale e moralistica, una sorta di illuminismo disumano, a suo modo.
L'uomo, capace di sentire e di essere in empatia con il mondo, invece deve sapersi commuovere.
Senza infatti scomodare le lacrime e la commozione di Gesù più volte citate su queste pagine, mi piace ricordare qui invece il pianto di colei che domani incontreremo nel Vangelo di Luca: una peccatrice - come dicono Simone e i farisei, nella casa in cui la donna si avvicina a Gesù.
Sì, una peccatrice capace di piangere, di asciugare con i capelli i piedi di Lui, di profumarglieli, di amare, a modo suo.
Una donna insomma e non una statuina, una madonnina infilzata come talora appaiono certe eroine di una certa letteratura religiosa.
Ha molto sbagliato, si è fatta molto male, ma ha molto amato e sa che, se le sarà perdonato, sarà tanto, tanto da confonderla, da commuoverla, da farla sentire graziata e redenta: da ringraziare senza fine. fino alle lacrime appunto.
Sono costoro - mi son detto tutto il giorno - sono costoro quelli ancora in grado di stupirsi, senza nulla pretendere, amando per nulla - come direbbe Giobbe- persone in grado di cogliere lo stupore e quindi la poesia dell'esistenza, in un tempo in cui dell'esistenza al più si coglie il peso e la pretesa.
"Le cose della vita fanno piangere i poeti" - diceva una canzone di Venditti, tanti anni fa, cosicché bisogna essere poeti per saper piangere, per saper essere uomini integrali, in grado di commuoversi e di entrare in sintonia con tutto l'umano.
E' questa la poesia, è questo l'uomo, la sua natura, e da questa non è escluso neppure l'errore il dolore il peccato, il pianto, che è sempre condivisione: senza vergogna.