Mi ricordo il mio primo viaggio ad Assisi, dopo anni di lontananza dalla Chiesa; dopo una lotta estenuante, una incomprensione sfociata nell'inimicizia.
Era una mattina di settembre e mi trovai - neppure ricordo come - coinvolto nella cerimonia in cui una decina di frati facevano la prima professione di voti, quella temporanea, come si dice in gergo.
Nel biglietto che annunciava l'evento, i neo-professi avevano scelto il verso di San Paolo, "L'amore del Cristo ci spinge", che in altra traduzione si legge "ci possiede", tratto dalla II lettera ai Corinzi appunto, e che oggi ritroviamo nel corso della Liturgia.
Ebbi subito la sensazione - magari solo vaga - della bellezza di questa percezione: l'amore del Cristo che ci possiede.
A tal punto da poter abbracciare una vita del tutto nuova, quella del Cristo, lontano da certi falsi miti, spossessati di tutto pur avendo in sostanza ogni cosa, dal momento che se il Signore è davvero il nostro Pastore, possiamo star tranquilli: non mancheremo di nulla. E in quell'aura magari un po' poetica e romantica avvertì subito l'eccezionalità di quel gesto e di quella condizione.
In fondo, mi sono poi spesso detto, non si tratta tanto dell'amore che noi siamo in grado di offrire a Cristo, la nostra spinta volontaristica, che ci possiede e che quasi ci spinge eroicamente in uno sforzo estremo della nostra volontà; ma meglio ancora si tratta di quell'amore che Cristo ha per noi e che noi abbiamo scoperto e sperimentato nella nostra vita, a spingerci, a sostenerci.
Non è il nostro amore in fin dei conti il protagonista di questa vicenda, quanto la scoperta del suo amore, il suo amore stesso; ed è questo a spingerci, a darci forza, a spianare le strade e a rendere i nostri piedi leggeri come quelli della gazzella, tanto che siamo in grado noi stessi di amare con quello stesso amore con cui siamo amati e di agire in conseguenza di questa passione.
Resi dunque capaci di amare, in quanto amati così tanto, da essere messi in grado di riconoscerlo questo suo amore, questa sua presenza nella nostra vita.
E' solo questo del resto che ci mette in condizioni di poter raccontare ad altri la nostra storia, di poterla far rivivere, di comunicarla, di essere credibili e per così dire contagiosi, cosicché il nostro amore, la nostra fantastica storia d'amore diventa patrimonio comune, storia da raccontare, vicenda da ridire e da invitare implicitamente a vivere anche da parte di chi ci incontra.
Come le belle storie raccontate in un film, come quella voglia di tenerezza che ci ha riempito il cuore e che tutti vorrebbero poter sperimentare a propria volta, come quell'affetto tra due anziani coniugi che ci fa innamorare di un amore che non finisce mai: fino alla fine.
Mi ha colpito nei giorni scorsi la storia di una suora, morta mercoledì in Spagna, alla veneranda età di 105 anni, entrata in clausura nell'aprile del 1927: 86 anni di clausura interrotti solo dall'incontro con Benedetto XVI avvenuto due anni fa nel corso della GMG di Madrid: il suo nome era Suor Teresita.
Quell'amore durato una vita da chi era spinto se non dall'amore del Cristo?
Sarà che "amor che a nullo amato amar perdona..."