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Un'argilla piena di croste

Pubblicato da enzo cilento su 14 Giugno 2013, 17:44pm

Vi sono due o tre spunti che vorrei commentare stasera, anche se possono sembrare apparentemente distanti. Stavo leggendo nel pomeriggio un commento piuttosto agile e divulgativo di mons. Ravasi al libro di Giobbe.

Non ho potuto fare a meno di fermarmi.

Punto 1 - "Sono state le tue mani a plasmarmi e a modellarmi in tutto il mio profilo. Vorresti ora annientarmi? Ricordati. come argilla mi hai impastato ed è alla polvere che mi vuoi riportare? ... Non sei stato tu a rivestirmi di pelle e di carne, a intessermi di ossa e di tendini? (10, 8-11)

E' chiaro che le parole di Giobbe - riecheggiate peraltro anche nei Salmi ma forse solo perché sono il linguaggio universale di una incomprensibile sofferenza, di quello che potremmo dire il male di vivere ("spesso il male di vivere ho incontrato" - direbbe il poeta; e questo male, fatica è dappertutto...) - non sono le parole del paziente, ma dell'impaziente, di chi è stanco e ciò nonostante continua a lottare a costo di restarne ferito, ammalato, colpito all'anca - come si diceva giorni fa - sciancato, come Giacobbe.

Ma - e Lutero stesso ne dava conferma - meglio questa preghiera e rivolta talora blasfema e vicina alla provocazione, per non dire alla bestemmia, piuttosto che le lodi compassate del borghese benpensante, la domenica mattina durante il culto.

C'è un personaggio dantesco che nello specifico mi ricorda questo atteggiamento e che in me ha sempre suscitato una sorta di profonda empatia: proprio per l'incapacità di accettare i colpi del destino. Il suo nome è Capaneo.

Egli, ergendosi come un Farinata - dalla cintola in su, così che tutto il vedrai - dal suo sepolcro, inveisce contro quello Zeus che continua a colpirlo in petto con i suoi fulmini, nonostante la loro lotta sia impari ed impari l'onnipotenza di Dio, Shadday - come lo chiama l'autore di Giobbe - e l'uomo disperato, sull'orlo dell'abisso, sheol.

Così che io, in quella bestemmia, al di là del giudizio di Dante, ho sempre intravisto come una preghiera che chiede giustizia: quella che chiediamo sovente quasi tutti noi uomini.

Tanto che Giobbe aveva già avuto modo di dire "I miei giorni si dissolvono veloci come una spola, svaniscono senza un filo di speranza (tikwa, Gb, 7,6) che altri traducono semplicemente con "senza speranza" o ancor meglio "senza un filo", visto che in precedenza per la vita era stata usata la metafora della spola.

Ora, il problema della sofferenza incomprensibile (e quasi sempre lo è) consiste proprio nel fatto che quel filo (logico?) sembra essere smarrito: che senso ha vivere per stare male? Che quel filo sembra stare lì lì per spezzarsi (e Giobbe infatti si augura che questo avvenga e maledice il giorno della sua nascita, come Geremia). Che il bandolo della matassa - una qualità della vita accettabile, una buona ragione per andare avanti, un sano equilibrio - sono inevitabilmente perduti: il filo della vita, il suo senso, è stato mozzato, prima ancora che l'ultima della Parche abbia inforcato le forbici ed abbia deciso di tagliare.

Non è letteratura: è vita.

Punto 2 - Questo dolore che è malattia e diventa sempre più "mal di vivere", il più che poetico mal de vivre appunto; è quello che non vogliamo vedere e che ci fa sentire impotenti ed incapaci come gli amici di Giobbe: abbiamo solo ricette riscaldate da offrire perlopiù di fronte al dolore.

I nostri amici ammalati, i nostri familiari, i nostri giovani delusi, i nostri vecchi isolati; i nostri diversi: immigrati, emarginati tenuti a debita distanza come paria: che si grattino pure le loro croste come Giobbe sul suo mucchio di cenere, mentre pensiamo che tutto sia spiegabile, senza mai che neppure ci sfiori l'idea che il Mistero non è quello che va spiegato ma solo quello in cui ci si imbatte, si entra, di fronte al quale si resta senza parole.

Noi invece ne restiamo fuori: in un altro mondo, tanto che tra costoro è ben viva la sensazione di essere apolidi, senza patria, senza casa, destinati ad esser cenere.

Come accade di frequente a chi combatte per un ideale di giustizia.

Punto 3 - Mi è saltata agli occhi, oggi infatti, la dichiarazione di Erdogan, leader turco della Restaurazione che impone ultimatum ai giovani manifestanti di Istanbul. Come a quelli di Praga, di Ungheria, di Pechino, come a quelli di ogni posto al mondo nel quale la violenza del potere sembra avere più potere della giustizia e dello sguardo di Dio.

Dove Egli sembra assistere in silenzio, così che allora non si può non gridare ed essere impazienti come il poco paziente Giobbe: Tu ci hai impastato come l'argilla. Forse ci vuoi riportare in polvere?

La stessa domanda che attraversa tutta l'umanità di fronte a ciò che non riesce a capire e fortunatamente neppure ad accettare.

Perché infine Giobbe non insegna ad essere passivamente sottomessi come in una stoica apatia, ma ad invitare anche a gran voce Dio ad intervenire nella storia, come sempre raccontano abbia fatto per il suo popolo, per la sua povera argilla piena di croste.

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