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L'abito della festa

Pubblicato da enzo cilento su 24 Marzo 2013, 05:56am

Le piazze e persino i supermercati del paese sono piene di rami di ulivo da un paio di giorni. La cosa mi ha persino sorpreso.

In un clima di tale politically corretc non mi aspettavo questo sbandierare simboli di fede (?) e di festa nei nostri negozi. A Roma ad esempio non accade. Sarà che forse si tratta di una realtà più complessa e multiculturale dove certe ipersensibilità sono più accentuate e anche più temute: non saprei direi.

Certo, lo stesso avviene per il Natale - e tutti sappiamo che purtroppo ciò non indica nient'altro che la cinica legge dello shopping - e quindi quasi vorrei liberarmi del timore che anche di questo si debba dare una lettura addomesticata.

A proposito? I rami di ulivo si pagano al supermercato? Non ho guardato!

Ma non voglio essere il solito guastafeste! C'è in ogni caso da osservare con attenzione anche in noi stessi.

In un passo di Andrea di Creta, autore dei primi secoli dell'era cristiana, si raccomanda di non sventolare tanto i rami di ulivo di fronte al Signore che entra a Gerusalemme per il compimento della sua Pasqua, quanto di salutare con la nostra anima l'inizio di questo evento di salvezza.

Cosa significa? Che forse la festa deve essere interiore; che la nostra commemorazione deve essere legata ad un disegno di conversione, di cambiamento; che è davvero inutile sventolare rami se a tutto questo non corrisponde la consapevolezza di quello di cui facciamo memoria e che nella realtà misteriosa della fede si rinnova qui ed ogni giorno.

E allora ritorna il discorso di prima: quello che riguarda tutte le banalizzazioni e le letture consumistiche e volgari che rischia ogni festa religiosa, ogni gesto, la preghiera, il sacrificio eucaristico, la fede stessa.

Senza ergersi a giudici di nessuno, ciascuno giudichi se stesso, si guardi con onestà dentro e si chieda perché sventola quel ramo di ulivo, perché ricorda la Pasqua e il Natale, il santo patrono e la Vergine Maria, perché prega, chi prega, perché si accosta all'Eucaristia e alla Riconciliazione. Senza per questo farsi prendere dallo sconforto ma invece per riprendere consapevolezza di quel che si vive e che si fa.

Vorrei dire che sarebbe molto triste, anche per me, se mi accorgessi di compiere ciascuno di questi gesti solo per tradizione e perché fa parte del nostro bagaglio culturale, come folklore. Prego tanto Dio che non sia folklore. Mi farebbe spavento rendermi conto di questo. E invece spesso va così.

Quanti culti, quante pratiche di pietà, quante tradizioni ormai non hanno più radici nella nostra coscienza. Cristo si scaglierebbe contro tutto ciò perché diventa idolatria, magia, abitudine, specie in chi avrebbe i mezzi per studiare, capire, sapere. Magari non per la povera gente, per i semplici, questo non lo so.

Ma verso di loro, verso tutti, abbiamo la responsabilità di una costruzione che li renda consapevoli di quanto vivono perché nessuno li convinca, incontrandoli e cercando di circuirli, di essere stati ingannati e di non essere mai stati messi al corrente di ciò che Dio stesso chiede a ciascuno di noi. Di riconoscerlo più che di travestirlo.

Non è una nota triste, credo, in questo giorno che dovrebbe essere di festa. E' che quando si festeggia, è sempre bello capire perché si è in festa, chi è il festeggiato e quale sia l'abito adatto per non sentirsi un estraneo, a disagio.

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