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In funzione dell'allegria

Pubblicato da enzo cilento su 14 Luglio 2013, 16:11pm

Tags: #mater et magistra

Giovanni (Gv 15, 18-21) tra l'altro riferisce di Gesù "Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi... Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Vi ho dette queste cose, perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo"

Riprendo questo passo mentre - trascrivendolo - mi chiedo, personalmente, se in questo sentirmi sovente "oggetto di tribolazione", non ci possa essere talora anche una sorta di vanità, quella derivante dal compiacimento del vittimismo.

Cosicché ci poniamo fatalmente - come ogni fariseismo - sempre dalla parte dell'incompreso e del giusto, piuttosto che di colui che non comprende e non ascolta, non accogliendo: e quindi essendo noi stessi causa di tribolazione per altri.

Di certo, ci ammalia sentirci "giusti e tribolati" a causa di Cristo.

Talora invece la realtà è diversa ("Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?"), però. E non sarà certo la coscienza di essere giusti a salvarci.

Lo sarà non la tristezza del nostro aspetto o il capo cosparso di cenere degli ipocriti, ma solo la gioia di essere dono di vita - non triste e non avvelenato - anche se questo dovesse passare persino attraverso la sofferenza accolta in nome della gioia.

In essa però "C'è di fondo la speranza. Perché Gesù vive e, nonostante tutto e tutti, continua ad amare tutti gli uomini e ciascuno in particolare, specialmente i diseredati della terra, vero tempio di Dio. In loro Dio continua ad essere crocifisso, o meglio, stiamo crocifiggendo Dio, in essi.

Questo è tragico, come è tragica la storia umana e voglio senz'altro ricordare che questa esperienza di Dio era per Gesù un'autentica esperienza di allegria: l'allegria del pastore per la pecorella smarrita, quella del padre per il prodigo, l'allegria in cielo per il peccatore che fa penitenza, l'esultanza incontenibile di Gesù perché Dio si è rivelato ai piccoli, e ha nascosto questa rivelazione ai tecnocrati e ai potenti" - scrive J. Gonzales Faus, in Accéso a Jesùs).

E' vero - ci vien detto in pratica - che proprio questo amore può condurre alla croce (lo fa!) ma è vero pure che al fondo non c'è il flagellarsi e l'orgoglio del martirio fine a se stesso: c'è invece la tensione allegria-croce.

Noi non andiamo verso la croce per amore del dolore, ma perché crediamo nella gioia - mi par di capire.

Ogni sofferenza deve essere vista in funzione dell'allegria (von Balthasar), proprio perché "La verità è sinfonica": ubi homo ibi dolor.

Ci si arriva, certo, a questa tensione: ed è una Grazia grande.

Quella per cui ci si sente inevitabilmente e gioiosamente votati alla testimonianza: quella che nulla ci separa dal Cristo e nulla ci unisce a Lui quanto parteciparne il dono liberamente scelto, con gioia e con integralità, senza remore.

Siamo non tristi e votati alla croce - come direbbe Nietzsche - ma felici di avere un senso al nostro esistere, parentesi giocata gioiosamente per cominciare a gustare la gioia più grande che ci è stata promessa e che è già presente, cosicché l'escaton può dirsi già iniziato, qui, provato e gustato (provate e gustate quanto è buono il Signore): pur nella trasformazione non sempre indolore della crisalide.

"Nella sofferenza (nel parto ndr.) - come dice ancora la Salvifici Doloris - si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l'uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro profonda conversione molti santi, come ad esempio Francesco d'Assisi e Ignazio di Loyola ecc. Frutto di un tale conversione non è solo il fatto che l'uomo scopre il senso salvifico della sofferenza ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Egli trova quasi una nuova misura di tutta la propria vita e della propria vocazione". Anche nella condizione più difficile "tanto più si mettono in evidenza l'interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali" - continua il documento.

In loro, la gioia non consiste nel desiderio del martirio dunque né nella condivisione masochistica del dolore, ma nella consolazione che è generata per mezzo dello Spirito che ha dato valore a tutto il loro cammino, non rendendolo mai inutile e disperato ma partecipe invece di un lungo viaggio verso la letizia perfetta.

"Abbiamo provato il male: è questo il senso della sofferenza"; la capacità di sopportare la fatica in nome di un nuovo orizzonte aperto sul Regno di Dio.

"Seguimi" e "prendere la propria croce" non hanno altro significato che questo: essere confidenti in una sorte che ci accomuna per l'eternità, da qui, come per il giorno di nozze, sposi che mettono al mondo una vita nuova, una per cui spendersi, partecipi consapevoli di una promessa che si fa da questo momento esperienza di vita, nonostante tutto.

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