Tra i nove decreti prodotti durante il Concilio, appare particolarmente interessante in questo momento storico, quell'Aposticolam Actuositatem che già la scorsa settimana ho ripreso in merito al capitolo dedicato ai giovani.
In effetti tutto il testo risente di quell'ottimismo e di quello slancio nuovo - anche giovanilistico - proprio di quegli anni e di quella "scoperta" operata da parte del Concilio stesso, il ruolo dei laici, ruolo peraltro ancora tutto da definire e da realizzare; a fronte anche di certo inevitabile "clericalismo" che, anche in questi giorni, da cattedre ben più autorevoli della mia, è stato indicato come uno dei pericoli da cui anche la Chiesa del 2013 deve guardarsi (vedi in particolare il discorso tenuto dal Pontefice ai Vescovi dell'America Latina - Celam durante la Gmg).
Nella deriva possibile di atteggiamenti ora pelagiani, ora relativistici e velatamente materialistici, politicizzati; il Papa non ha mancato infatti di far rilevare che il ruolo dei laici va perfezionato e potenziato; al punto da invitare tanto i giovani ad una gioiosa rivoluzione, quanto la Chiesa istituzionale ad una valorizzazione di comunità e associazioni votate all'apostolato, ciascuna secondo la propria speciale vocazione.
Si sa del resto che quello dei laici resta un ruolo ambiguo, almeno nella prassi, defilato, spesso deprivato e depotenziato di quella capacità di essere creativo ed "altro", pur essendo sempre al servizio della Chiesa.
Nonostante la riflessione copiosa intervenuta in questi anni, sembra infatti che le alternative siano o quelle della collaborazione parrocchiale - peraltro indicata come luogo preferenziale nello stesso documento conciliare - ma in totale subordinazione e senza nessuno spazio di libertà rispetto al clero ed alle sue istanze, alle sue stesse impostazioni; o invece la configurazione intesa all'interno di associazioni e movimenti che non a caso di frequente, per reazione, finiscono con lo smarcarsi del tutto dalla parrocchia e dalla Chiesa locale, allontanandosene invece che arricchendola.
Il decreto, prodotto del resto mezzo secolo fa, non abdica in alcun modo al ruolo di assistenza e di "sorveglianza" che spetta ai pastori della Chiesa (è questo che garantisce la cattolicità di qualsiasi iniziativa del genere); dall'altro, invita nondimeno ad una maturazione anche culturale e operativa di associazioni e di laici, affinché questi siano patrimonio reale e non solo manodopera a buon mercato nella pur accogliente vigna del Signore.
Fatto sta che i tempi e la società andavano trasformandosi già cinquant'anni fa e, fatto salvo che ognuno deve aver modo nella Chiesa di offrire il proprio contributo di servizio ad essa, urge un servizio, una radicalità ed una consapevolezza, in questo servire, che il mondo moderno riconosca come autorevole, con cui interloquire, ed in grado infine di interpellare la coscienza di vicini e lontani, intellettuali e non.
"Grande è la varietà delle associazioni apostoliche: alcune si propongono il fine apostolico generale della Chiesa; altre in particolare il fine dell'evangelizzazione e della santificazione; altre attendono ai fini dell'animazione cristiana dell'ordine delle realtà temporali; altre rendono in modo speciale testimonianza a Cristo con le opere di misericordia e di carità... ricorda infatti il Decreto, che poi precisa....Salvo il dovuto legame con l'autorità ecclesiastica, i laici hanno il diritto di creare associazioni e guidarle, e di aderire a quelle già esistenti. Occorre tuttavia evitare la dispersione delle forze che si ha allorché si promuovono nuove associazioni e opere senza motivo sufficiente, o si mantengono in vita, più del necessario, associazioni o metodi invecchiati; né sarà opportuno che forme istituite in una nazione vengano portate indiscriminatamente in altre. - laddove dunque si viene messi in guardia da qualsiasi forma di colonialismo culturale (persino pastorale) e da qualsiasi intestardimento a tenere in vita ciò che ormai non corrisponde più in alcun modo alle aspettative ed alle domande proprio del nostro tempo (e pure contro questo tradizionalismo si è espresso Papa Francesco nell'incontro con l'episcopato latino-americano, richiamando gli stessi principi già sottolineati ad Aparecida).
Ora, uno dei capitoli essenziali del decreto, mi è sembrato quello dedicato - come già accennavo - all'assistenza ed alla formazione dei laici all'apostolato.
I Padri Conciliari sostengono: Oltre la formazione spirituale, è richiesta una solida preparazione dottrinale e cioè teologica, etica, filosofica, secondo la diversità dell'età, della condizione e delle attitudini. Né si trascuri l'importanza della cultura generale unitamente alla formazione pratica e tecnica. Per coltivare buone relazioni umane bisogna favorire i genuini valori umani, anzitutto l'arte del convivere e del cooperare fraternamente e di instaurare il dialogo....mentre il laico impari, fin dall'inizio della sua formazione, gradualmente e prudentemente a vedere tutto, a giudicare e ad agire nella luce della fede...- passaggio in cui mi sembra di cogliere (sia detto senza alcun intento polemico) una sorta di trascuratezza a fare dei laici credenti dei soggetti maturi, dotati e forniti di strumenti atti a rendere ragione della speranza che è in loro, in qualsiasi contesto.
I laici - conclude il documento - siano istruiti sul vero significato e valore dei beni temporali in se stessi e rispetto a tutte le finalità della persona umana; si esercitino nel retto uso delle cose e dell'organizzazione delle istituzioni, avendo sempre di mira il bene comune secondo i principi della dottrina morale e sociale della Chiesa. Assimilino soprattutto i principi della dottrina sociale e le sue applicazioni, affinché si rendano capaci sia di collaborare, per quanto loro spetta, al progresso della dottrina, sia di applicarla correttamente ai singoli casi.
Se si aveva coscienza - intendo infine - che Dio aveva bisogno dell'uomo, non ci si può non chiedere in quale punto della notte ci troviamo. Sperando che ci siano sentinelle attente a controllarne il corso.