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Il respiro della Vita

Pubblicato da enzo cilento su 13 Maggio 2013, 17:40pm

"...Che sei nei cieli" - recitiamo dunque, immaginandocelo davvero chissà in quale universo lontano questo nostro Dio che sembra come l'irraggiungibile motore del big bang, immobile secondo la visione aristotelica e quella dei tanti ragazzotti che vivono gli anni del liceo.

Tanto che ai nostri bambini indichiamo il cielo intonando il nostro Padre Nostro; e quelle stesse sfere e gli abissi tra le stelle indichiamo come il luogo in cui saranno volati via di certo i nostri cari, i nostri amici, con tutti i loro ricordi.

"Papà è volato in cielo" - suggeriamo ai nostri bimbi.

E del resto cos''altro potremmo dire ad un bambino, se non questo? Che c'è un mondo migliore- intendo - lontano ma di certo migliore, una sorta di Atlantide dove non esiste la morte, non c'è posto per la sua ingiustizia e dove il suo papà - che del resto è sempre il migliore del mondo - vive ora felice, gioca al pallone con i suoi miti dell'infanzia; vede tutti i giorni i suoi genitori; si è ricongiunto a loro trascorrendo giornate memorabili e piene di felicità.

Già il cielo! Dove ogni tanto scruti anche tu, lassù, sperando che il sole cominci a roteare e che di là t'appaia in bianche vesti chi stai pregando ed aspettando, con quel po' di santa fede infantile che il cielo in fondo te lo fa toccare quasi, quando non te lo sporcano e non te lo distruggono: i fatti e gli incerti della vita, è chiaro

Ma poi, un giorno - come spiegano Agostino e Cirillo di Gerusalemme, tra gli altri - un giorno scopri, dicevo, e magari in tarda età che quel cielo non è tanto da intendersi come "uno spazio" bensì "un modo di essere".

Che quei cieli - dico - non indicano tanto la sua lontananza ma la sua maestà: di Dio intendo.

Dio è i cieli: è l'immensità s'intende; Dio è il dappertutto; e che tutto quello che è, è da Dio, da lui è inabitato.

Soprattutto che "Dio abita nel cuore dei giusti (i cieli) - come dice Agostino - come nel suo tempio. Pertanto colui che prega, desidererà che in lui prenda dimora colui che invoca": nel proprio cielo, giacché solo la presenza in ogni uomo e in ogni cielo rende ragione dell'assoluto essere nei cieli immensi e sconfinati che Dio riempie.

Tanto che per Cirillo "i cieli potrebbero essere coloro che portano l'immagine del cielo tra i quali Dio abita e si muove".

Ed è bellissimo pensare a noi come la dimora di Dio, il suo tempio e il suo firmamento - come lo è del resto tutto l'Universo - il luogo, il tempio entro il quale circola il suo respiro; come se fosse esso ad abitare il nostro corpo, a dargli vita, il che infine spiega e giustifica l'assoluta sacralità del nostro corpo che è proprio la casa di Dio, quella in cui lui materialmente vive.

E in quel tempio è il respiro del Signore e lo spirito vitale dato ad ogni uomo: quello che in ebraico si chiama ruach e che già solo nel suono riproduce in onomatopeia un qualcosa che quasi echeggia e che rimbomba negli atri di questo tempio che non sono pieni d'altro che di Lui. Ruach, respiro e anima: uomo a cui Dio dà respiro e vita.

Dio respira in noi; e col respiro, come per Adamo che è terra (è questo il significato del suo nome) ecco che pure questo tempio di argilla e di pietra comincia a vivere e respirare, prende vita: come una casa disabitata che all'improvviso viene occupata da un gruppo di persone, una famiglia che comincia a darle una voce, quindi una vitalità.

Così pensavo mentre quest'oggi me ne stavo tra i banchi e immaginavo come quel respiro muove e tiene in vita il nostro corpo, come un dono; allo stesso modo infatti in cui il respiro non dipende dalla nostra capacità; ma può cominciare ed interrompersi senza che noi si abbia alcuna possibilità, quasi, e merito, di farlo procedere e cominciare.

La vita, come il respiro, è un dono.

Come un polmone che si contrae o che invece si abbandona senza che dipenda quasi in alcuna misura da noi; perché nessuno possa pensare di potersi dare la vita, lo Spirito, di essere Ruach, senza che qualcuno gli soffi e gli circoli nel cuore.

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