Nella vita di fede c'è un baricentro che si fa sempre più evidente: quello di non poter essere solo per se stessi. La salvezza e la chiamata di ciascuno di noi - e ciascuno di noi lo è, in qualsiasi stato - non può esaurirsi in una nicchia per se stessi, ma sempre e soltanto in un dono per quanti ci sono attorno e per quanti ci sarà dato di incontrare. Il dono non è mai esclusivo, del resto: esso fa crescere una comunità, è per la salvezza di un piccolo popolo. Questo certo non autorizza nessun trionfalismo ma neppure giustifica nessun egoismo, intendo. Perciò, chi dice di amare Dio e non capisce che questo significa anche amare i fratelli, è un bugiardo, oppure non ha capito nulla.
Del resto persino nella vita civile, ogni vita che nasce, ogni professionalità che matura, persino ogni esperienza vissuta, non può limitarsi ad essere una espressione egoistica e solitaria ma è sempre un bene per tutti, si trattasse anche di un eremita che pregasse lontano dal mondo, la sua chiamata e la sua preghiera è per il mondo; per non dire come ciò accada in modo visibile per un medico, per un insegnante, per qualsiasi ruolo e compito si ricopra in questo mondo, dove non è il ruolo in sé ad essere un dono per tutti, quanto la persona nella sua interezza, quindi anche nel suo ruolo e nella sua mansione sociale. Nessuno si salva per sé: cioè nessuno riceve quel che riceve per nasconderlo sotto il moggio, è lampada, luce e calore, dono di Dio a tutta la famiglia d'erbe e d'animali, come dicevano i poeti...
Accade pure che per qualcuno questo appaia ancora più chiaro: che qualcuno senta di potersi donare in toto, come il Cristo che muore la sua intera nazione (è il Vangelo di oggi), il che non si riduce ad un atto di eroismo e di coraggio, ma in una consapevolezza che passa anche da noi, dal nostro donarci, quella trasformazione e quella crescita del mondo nella direzione opposta all'egoismo e al trionfo dell'homo homini lupus.
Ieri a tavola mi si chiedeva cosa fosse lo Yad Vashem, il Giardino dei Giusti. Il Giardino dei Giusti è il giardino di Dio, di quelli che testimoniano che Dio manda segni e semi nel mondo, di continuo, perché non cessi la speranza e non prevalga la disperazione. Ogni uomo che testimonia (martire significa questo) testimonia non se stesso, ma quella giustizia grande e generosa che fa sì che qualcuno si prenda cura di noi e che sia un inviato, un angelo, uno che annuncia una Buona Novella, che si può vivere in un altro modo, il più libero che esista: quello che consente di liberarci di noi donando noi. E se c'è una libertà, essa non consiste mai nell'accumulare per sé ma invece nel "disperdere" cioè diffondere quel che siamo e quindi farne comunione e condivisione con gli altri. Solo costoro si esprimono, cioè solo costoro tirano fuori tutto quel che sono e se lo tirano fuori lo mettono in comune, come dono di sé e di Dio che a tutti impone un solo dovere: quello di esprimere il bello che Dio ha messo in noi creandoci. E come si capisce, questo dovere è il più grande dei piaceri.