Lo uccidono e lo buttano fuori del recinto il figlio del vignaiolo, l'erede di tutto. Era solo una parabola quella che veniva raccontata ai farisei ed agli scribi ma era già una profezia. Sarebbe andata esattamente così. Lo avrebbero ucciso e gettato fuori del recinto perché è chiaro che quella morte ignominiosa, crocifisso, era un modo per metterlo fuori dai confini della propria città.
D'altra parte, stare fuori dai confini di certe città diventa inevitabile per certi uomini. Stiamo fuori perché abbiamo scelto di non condividerne le leggi, lo stile di vita, i costumi, le abitudini, gli sprechi e la superficialità.
Se il prezzo da pagare è quello di star fuori, se ne sta lontani, addirittura prima che ti vengano a dire che non ti vogliono sotto lo stesso tetto e con la stessa nobile antica e onorata cittadinanza da condividere.
Benché certe cose vadano raccontate: che c'era il padrone di una vigna che fece costruire un torchio e che dopo un po' di tempo mandò prima dei servi e poi addirittura suo figlio per avere quanto gli spettava...
E la cosa che gli spettava - e a lui fu subito evidente - era che venisse inseguito, raggirato, ospitato, accolto con un bel fascio di palme e ulivi sventolanti, una volta aperte le porte della città, catturato ed infine messo a morte per essere gettato oltre il confine.
Andava raccontato; e tutto si sarebbe ripetuto, ogni volta, secondo un copione già scritto e secondo un dejà vu, un già visto, che sembrava l'ennesima proiezione dello stesso film, proprio perché il film era davvero lo stesso: da sempre.
"Ci ruba la scena" - dicevano le brutte ballerine di seconda fila; "vuole fare la parte del leone" - facevano eco gli altri, fuori dalla dentiera; "è un saccente ed uno snob il figlio del padrone" - concludevano tutti.
E così ogni volta decidevano di farlo a pezzi.
L'invidia e l'incomprensione.
A furia di rivederlo questo film, mancano le parole: queste sono sempre le stesse. E così decidi di stare in silenzio: di prepararti all'ennesima proiezione dell'opera immortale. Un po' per disgusto, un po' per sfiducia, un po' infine perché stai parlando esattamente a quelli che metteranno in atto l'opera che dovresti commentare: come dire al lupo che non deve sbranarsi l'agnello che sta lì sotto. Non funziona. Non ne vale la pena. Meglio togliersi la polvere di sotto i calzari e andarsene altrove.
Il problema è che quella storia è scritta proprio così ed è proprio per te: non puoi sfuggire. Ti insegue, ti perseguita, ti uccide.
Stavolta però il figlio del vignaiolo pare però assolutamente determinato a starsene in silenzio: si è cucito la bocca e non vuole aggiungere nulla. L'ha giurato: non gli strapperanno una sola parola di commento.
"Cosa ne pensa di quanto sta per avvenire?" - gli fa la cronista. E lui zitto, fa finta di non sentire mentre gli mettono il microfono quasi in bocca. Straluna gli occhi come se fosse fuori di senno e forse lo è davvero oltretutto, visto che non può credere ai suoi occhi: Possibile che questi non si siano stancati di questa storiaccia? Lui è stanco di commentarla questa storia e persino quella gente è stanca di riprodurla: "Ma quanti figli avrà questo benedetto vignaiolo?".
"Stiamo passando per il centro del podere dove da Millenni si ripete a quest'ora questo eccidio e lo Stato non interviene" - continua con voce chioccia ed un po' accorata la cronista. "Ecco, l'hanno preso. Ci siamo: è il momento dell'eccidio". Si sente un "ooh" di fondo, messo in onda dalla regia (in fondo nessuno più si stupisce davvero); è una sit com, poco altro oramai, mandata in onda ad ora di pranzo sulla prima rete della Tv Nazionale, in fascia protetta e davanti al solito sciame vociante di turisti dal Sol Levante.
"Stiamo riprendendo in diretta dalla zona dell'evento".
Passa lo spot di un dentifricio "Sorridi alla vita". Come no? Proprio a questa?
Ci proviamo allora, ma somiglia tanto ad un ghigno.