Ero assetato e mi avete dato da bere, era affamato e mi avete dato da mangiare, era in carcere o ammalato e mi siete venuti a trovare. Suona più o meno così la ben nota parabola evangelica oggi proclamata nella Liturgia della Parola della Chiesa Romana. E' un brano così famoso eppure così infido a ben vedere che tornarci su mi è sembrato davvero inevitabile per me, anche perchè la vita - anche la mia, certo - non fa altro che ripresentare situazioni simili davanti a noi, rischiando semmai solo di ingigantire - se in noi fosse già latente oltretutto - il senso di colpa che non è mai un sentimento puro e privo di inganni.
La prima riflessione che ho fatto riguarda la nostra stessa condizione personale: quante volte noi stessi non siamo gli affamati, gli assetati, gli ammalati, coloro che hanno bisogno di soccorso non riconoscendolo neanche a noi stessi? Intendo dire che in molte occasioni sia noi stessi quelli bisognosi di aiuto; e che quindi potremmo darne ben poco a chiunque ce ne chiedesse. Riconoscersi invece bisognosi e derelitti è un riconoscimento del proprio limite ed è una condizione che permette sia la solidarietà e il riconoscimento dell'altro come egualmente bisognoso; sia ci pone in altri casi di fronte alla necessità inevitabile di chiedere aiuto, soccorso, per capire innazitutto ciò di cui abbiamo bisogno e senza cui davvero non riusciremmo a vivere. Se non ci reggessimo in piedi, dico, non andremmo a chiedere la play station ma un tozzo di pane; e allora questa condizione di fame e di debolezza fa sì che si chieda ciò di cui davvero non potremmo più fare a meno, in linea di massima, salvo cadere in terra privi di sensi.
In secondo luogo ho sentito il bisogno di sgomberare il passo evangelico da qualsiasi lettura moralistica e pietistica. Mi spiego. Un amico vero, un educatore, un genitore, un insegnante sa bene che non a tutte le richieste si uò rispondere sì. Quando per strada ci chiedono un aiuto noi stessi facciamo una selezione tra coloro che secondo noi abbisognano davvero di aiuto e quelli che invece sarebbero più aiutati sentendosi opporre un no motivato. Lo stesso con i nostri bambini (e Dio Padre immagino faccia lo stesso con noi): se ieri il nostro bambino ha avuto in regalo un videogioco, oggi non potrà piagnucolare tutto il giorno per avere un altro tablet. Deve aspettare, quanto meno: capire che ci siano altre cose più urgenti e così riflettere anche se quel suo bisogno è reale o se non corrisponda invece ad una specie di bulimia del desiderio.
L'attesa, la richiesta difatti, in certo modo ci purifica, allo stesso modo in cui ci fa capire quanto quel bisogno sia pressante per noi, quanto siamo disposti a spendere,a spenderci e ad attendere. L'unica condizione che si pone di fronte al genitore educatore a cui fa riferimento in realtà la stessa parabola è quella di essere pronti all'ascolto, accogliere quello che ci viene detto per sondarne il valore e l'urgenza. E' sempre una questione di cuore quella presupposta da Gesù e dal Vangelo, benchè sia più semplice dire subito sì che non motivare un no che invece sia educativo. Il cuore oltretutto è sempre un cuore vigile e ragionevole che non abdica al discernimento di ciò di cui realmente ha bisogno chi chiede.
Ad uno che non ha lavoro non si dà una tantum un pezzo di pane (non è la soluzione) ma si procurano condizioni per cui, cercando lavoro, ne trovi anche per comprare il pane. Ed è questa la carità vera grande realistica e non pietistica, il che certo non ci esime dal soccorrere col pezzo di baguette chi davvero in quel momento stesse cadendo a terra per la fame. Ma la carità è paziente e soprattutto è lungimirante, vede bene, vede oltre ed è costruttiva.
Perciò mi accade spesso di pensare a come le nostre richieste insistenti a Dio (s.Agostino chiarisce che si prega non per rivelare a Dio ciò che egli sa già ma perchè noi stessi chiariamo sempre più a noi stessi quali siano i nostri reali bisogni e desideri) da una parte purificano il nostro desiderio (non dormo da sei mesi perchè ho bisogno di questo, di un luogo dove abitare, dove pregare, di un lavoro etc:) e dall'altro, quando non venissero immediatamente accolte, è perchè l'attesa riveste questa funzione e il non esaudimento della richiesta potrebbe essere la risposta di un cuore generoso ma sapiente e ragionevole (il suo) di fronte al quale la nostra richiesta non corrisponde a ciò che sarebbe bene per me, l'immediatezza della risposta finirebbe con lo svilirne il valore, e infine l'insistenza diverrebbe una sorta di strumento di chiarimento e di rafforzamento in noi stessi della centralità di questo bisogno, il vaglio del reale valore di quanto chiesto.
Ecco. Tutto ciò che mi ha portato a scardinare una certa lettura colpevolistica e moralistica di un passo pur bello del vangelo. Ascoltate sempre con un cuore aperto e con la luce dello Spirito che vi chiarisca ancor di più se a quelle richieste si debba rispondere in un modo o in un altro. Chiedere sempre "Signore, fa' che io veda", non solo chi chiede, ma se a ciò che vien chiesto sia giusto corrispondere appieno; fammi vedere infine dentro il mio cuore se ciò che chiedo e di cui ritengo di aver bisogno, sia davvero un bisogno essenziale o invece un capriccio che presto lascerà il posto ad un altro capriccio ancora.
Bisogna chiedere di essere capaci di rispondere infine alle reali necessità, quelle essenziali e secondo priorità, del richiedente, per dare davvero da mangiare a chi fame; di quel cibo, anche la correzione intendo, che davvero alimenta e che non debilita o rimanda la soluzione.