Questa sera ho assistito, nel corso della Messa Vespertina, alla benedizione della coppie di fidanzati che stanno seguendo in parrocchia il loro corso prematrimoniale.
Era giovani, quasi tutti, molto giovani; in genere belli e ben vestiti, quasi inconsapevoli - così mi sono sembrati - con quella leggerezza che consente solo la giovane età; e la giovane età quindi che non è solo un fatto anagrafico ma davvero una condizione esistenziale, un vedersi ancora proiettati positivamente verso la vita.
Certi passi vanno compiuti da ragazzi: c'è poco da aggiungere. Da uomini maturi prevalgono le preoccupazioni, le stesse aspettative di vita si riducono; incidono le esperienze vissute, non di rado traumatiche; prevale la pensosità su quella spensieratezza che occorre per metter su famiglia.
Quando si pongono limiti di età insomma a certe attività ed a certe scelte, diciamo la verità, la considerazione non è solo biologica e tanto meno solo anagrafica: non si tratta solo delle forze che vanno scemando, ma dell'atteggiamento vitale, di quel fresco ottimismo che solo una vita in boccio sa ancora avere, senza contare l'essere o meno capaci di dialogare con ciò su cui il mondo e i giovani dialogano (certo non esistono solo loro, ma dovrebbero esistere più a lungo degli altri).
Penso a me quindi ed alle vocazioni adulte nello specifico, sulle quali tanto si dibatte (ed io tanto mi sono battuto): non è un diritto da far valere (come le mamme a cinquant'anni e più): si tratta dei diritti di coloro che ci sono affidati, figli naturali e spirituali. Forse un prete ed un parroco deve davvero avere una vita davanti ed una vita non ancora condizionata da malattie invalidanti, non perché queste condizioni ne facciamo un uomo inferiore, ma perché le stesse potrebbero precludergli la totale dedizione al suo gregge: benché il rovescio della medaglia potrebbe essere costituito dal fatto che nessuna invalidità può impedire ad un padre di essere un buon padre, una buona madre, un buon insegnante, un buon impiegato, un buon servo della vigna del Signore, oggi che persino le Para- Olimpiadi sono più che mai uno spettacolo bello ed educativo, oltre che tecnicamente valido.
Certo, c'è da riflettere. A meno che quella gioventù che vedi su quei volti non dipenda dalla giovinezza del cuore (categoria comunque labile e rischiosa nelle sue applicazioni: da questa ecco aprirsi inevitabilmente la strada al diritto alla maternità di una sessantenne: è già accaduto).
A meno che la freschezza infine non sia determinata dalla speranza con cui guardiamo alla vita (e la speranza però deve essere sempre ragionevole, altrimenti diventa una ridicola illusione). A chi spetta allora decidere tutto questo?
C'è una sapienza che è quella umana da non trascurare, certo. E poi c'è la Sapienza di Dio, quella che passa attraversa l'opera dello Spirito Santo. Questi, presente in chiunque si rivolga con fiducia al Padre, riconoscendolo tale, per noi cattolici ha luogo nei successori degli apostoli, nei vescovi e quindi nella Chiesa Cattolica, a cui spetta proprio quel discernimento per accertare che quella freschezza e quel vento sia un vento capace di rinnovare tutto ciò che tocca o invece solo di rivendicare a sé, a chi richiede, solo una autorealizzazione personale, legittima quanto si vuole, ma che parte più da un bisogno individualistico che non da una reale volontà di servire e di essere uno strumento nelle mani di Dio, strumento consapevole certo e libero, ma libero anche rispetto al proprio desiderio.