"Non avete ancora resistito fino al sangue contro il peccato" - riprende ancora oggi l'autore della Lettera agli Ebrei. Il peccato, dunque, l'orgoglio, quello per cui io sono portato a non chiedere, nè a Dio e neppure a me stesso, alla mia volontà, neppure a chi mi ama e mi potrebbe aiutare...
Ma la vita va pesata "non è che un soffio"; è chiaro il suo peso, "alla sera è falciata e dissecca" e forse sarebbe il caso che ciascuno di noi ne prendesse consapevolezza. Non chiedo più (meglio confidare in Dio che in uomo che non può salvare") perchè mi sento ormai quasi ridicolo e pretenzioso: è chiaro quel che non sono, più di quel che sono, ed è giusto che altri, più giovani e meno induriti di me, si chiedano cosa fare dei loro tanti giorni. Io cerco di assaporarmeli come fa il vecchio di fronte al molo, al sole, che stringe le palpebre, le socchiude, per godersi il sole ripensando e sapendo che non gliene saranno dati più di quanti non ne abbia già avuti e sprecati. Ah se solo lo sapessimo a ventanni, tutto questo,e tutto fossimo in grado di assaporare con gusto, prima che il tempo non porti via ogni cosa!
Non chiedo più come se avessi ventanni, eterno bambino che ha una vita davanti, che - sebbene Dio possa chiamare per servirlo ad ogni ora - è molto più probabile che sia il rimpianto a spingerci alla conversione dell'ultima ora, quando è ancora più struggente il rammarico delle cose perse per strada, della Grazia e della Letizia promesse e disperse dietro i fantocci in cui abbiamo creduto. E corrergli dietro ora metterebbe solo l'ansia e l'affanno: è del resto quel che in sintesi mi è stato detto in questo tempo ed ho sperimentato. M'arrendo.
M'arrendo all'evidenza d'una vita leggera e buttata un po' via, come tante; mi arrendo perchè non voglio più tormentarti, come non tormento più quel vecchio vescovo che ormai mi ha risposto; come più nulla dirò ad altri che non vorranno a ragione ascoltarmi e alla fine seguirò il mio cuore, spero il tuo Spirito, un po', e la Ragione che l'età è giunta da un pezzo ed io sono un uomo ormai, anche stanco ma che non vuole morire estenuato.
Ho continuato a sperare di poter cambiare il mondo. E' colpa di questa mia sciocca generazione e della fede nel cambiamento e nella rivoluzione: ho ascoltato i poeti, maledetti dai benpensanti; Gide e Flaubert, Zola e Maupassant, Proust;e poi Tolstoj e l'amico Fedor; ho creduto all'inquietudine di Agostino e di Francesco; alle canzoni, alla ribellione, Fabrizio e un mondo che non c'è più. E dentro, Antigone, ancora a credere che avremmo cambiato osgni cosa. Ho creduto in Cristo ma ho incontrato solo la Stasi, stanchezza, riposo, quiete, tradizionalismo e vuoto. Gesù! E la vita stessa s'è svuotata come l'entusiasmo.
Nulla si cambia e tutto la morte involve a questo mondo: tutto diventa vecchio e a Cristo che vince la morte non crede quasi più nessuno, purtroppo. Siamo rimasti in pochi, ormai, a sperare, sparuto gruppo di seguaci incanutiti, vittime della nostalgia dell'entusiasmo e della giovinezza del cuore che non vuole andare: tramonto. Ci chiedono di parcheggiarci e di aspettare il nostro turno. Così sarà, inevitabilmente.
Correre ancora del resto ci reca l'affanno forse e non sappiamo a chi interessi che noi lo si faccia ancora.
No, non chiederò più che cosa fare. Farò quel che so fare e sento: finchè potrò: camminare. Potrei dire che mi hanno costretto a invecchiare, a prenderne coscienza. Tu dici "per correggermi" ed io ci credo, a stento, per amore, così come solo per amore rispettoso sto ad ascoltarti come si fa con un vecchio maestro, autorevole eppure oramai dimenticato, dai più.
Sono stato più volte in questi ultimi tre anni da quel vecchio maestro e signore, dico: l'ho ascoltato. Ora so il caduco e quel che resta anche delle sue parole: gli farò compagnia, se ne avrà voglia ancora, talora, ma senza chiedere più molto di me, del mio futuro.
Il futuro- diceva Gassman - è ormai dietro le spalle e quel che resta non è che povero presente per il quale non serve la divinazione: è tutto come previsto e prevedibile, mi suggerisce qualcuno. Mi sono illuso- come tutti - che il mondo mi attendesse, come il Messia: non era vero.
Il mondo va anche senza di me, di noi, di ciascuno. La casa a Roma, Milano e Chiaravalle, la scuola e il giornale, la palestra, gli amici lontani, più o meno, tutte le case abitate, i luoghi frequentati, persino i libri e i dischi.
Tutto esiste e continua a farlo anche in nostra assenza. Non li possedevamo, non eravamo i padroni: non eravamo il Messia atteso: eravamo scontati, patetici, adolescenziali, come tutti.
Mi guardo allo specchio e io, solo io, vedo ancora quel ragazzo che cambia il mondo, lo ribalta. Ma non chiedetemi più del futuro - ed io non ne chiedo più ad alcuno - perchè ho solo questo poco presente, tutto solo presente: il futuro è di quelli che non sanno ancora. Io purtroppo comincio a conoscermi; e so quasi tutto.
C'è un altro futuro: un Aldilà, una Visione di Verità, Compagnia con Dio. Stamane è l'unica cosa lontana, struggente, come i bei sogni della giovinezza; come lo sguardo in camera, apparentemente lontano, per come lo vedi in sala; e che in realtà al più guarda solo se stesso ed un fondo di cartapesta.
Tutt'intorno un affannarsi di uomini e donne: una troupe.
Questo film c'è costato un occhio della testa: Signori, quando lo vogliamo finire?