Ho voglia di parlare liberamente di quella bella cosa che sarebbe lo sport se non fosse divenuto lo stesso banco stressante da superprestazione. Rivedo Armstrong, il ciclista, e le sue stagioni falsate, un mito che si sgonfia per dirla tutta. E soprattutto rivedo tanti altri, calciatori, quelli della Fiorentina degli anni 70, per capirci, imbottiti di Micoren, pare, e tutti finiti anzitempo tra le braccia di Nostro Signore: Ferrante, Saltutti, Galdiolo, Beatrice per dire e ancora altri con patologie che non sto qui a ricordare. da Antognoni a tutti quelli che in questi anni ci hanno sconvolto con il loro incredibile declino di sportivi. E infine ripenso a tanti miei amici di palestra - mica dei campioni - a passarsi neppure troppo sotto banco steroidi anabolizzanti, ormone della crescita, nandrolone e testosterone. Una volta mi proprinarono un farmaco per l'asma: cominciai col tremore alle mani. Poi un amico medico mi mise in guardia: il passo successivo è l'infarto. Mica uno scherzo!
Al contrario c'è uno sport che si fa amare ancora: è quello che mi porta in strada tutte le mattine e mi fa ringraziare il Padreterno di farcela ancora (70/80 minuti tanto per gradire): un po' alla rinfusa mi guardo attorno e mi godo il verde e gli scenari, mentre in modo impreciso sulle labbra mi recito il rosario, come una respirazione.
Ci sono atleti - quelli sì degni di questo nome - che infine, anche se in modo forse un po' teatrale, hanno pensato di raccogliersi attorno ad un codice comune ed una fede - bella l'idea - gli Atleti di Cristo. Tra loro brasiliani, sudamericani, italiani: tanti evangelici, ma insomma trasversalmente presenti tra tutte le Chiese di Nostro Signore. Mi piacerebbe se nella mia comunità, anche nella mia parrocchia, tra i miei amici, questo andarsene in giro con la "camiseta" degli atleti di Cristo fosse possibile e fosse un'altra espressione del nostro essere grati a Dio per quel che siamo. atleti di Dio, pronti a sudare, alal fatica, figli che portano in giro con orgoglio il buon nome del padre, il nome di famiglia.
C'è un calciatore infine che accompagna da anni la mia fantasia - gli ho dedicato anche un mio testo teatrale - brasiliano, che si chiamava Dirceu, Josè Guimaraes. Mi piaceva quella sua capacità di portarsela ovunque quella fede e quella voglia di giocare. Fu nazionale e campione ma giocò persino in periferia, quasi a quarantanni, sorridendo felice come un bimbo, come un delicato Atleta di Dio. Che fatica portarsi addosso gli anni e la fama e ridursi a giocare su di un campo pieno di polvere, ma Dio questa talento gli aveva dato in sorte e lui ne era felice. smise solo perchè un incidente se lo portò in cielo una volta tornato in Brasile. E' quella gioia di atleta che da Dio ha avuto in dono al fatica che vorrei ancora rivedere in questo sport del 2000. E vorrei che qualcuno raccogliesse la mia idea. Andiamo a correre e giocare, nel nome del buon Dio.