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Il cammino dell'unità

Pubblicato da enzo cilento su 6 Settembre 2013, 07:57am

Tags: #mater et magistra

Il Santo Concilio molto si rallegra della fruttuosa e attiva collaborazione delle Chiese cattoliche d'Oriente e d'Occidente, e allo stesso tempo dichiara: tutte queste disposizioni giuridiche sono stabilite per le presenti condizioni, fino a che la Chiesa Cattolica e le Chiese orientali separate si uniscano nella pienezza della comunione.

Nel frattempo tutti i cristiani, orientali e occidentali, sono ardentemente pregati di innalzare ferventi e assidue, anzi quotidiane preghiere a Dio, affinché con l'aiuto della sua santissima Madre, tutti diventino una cosa sola. Preghino pure perché su tanti cristiani di qualsiasi Chiesa, i quali confessando strenuamente il nome di Cristo, soffrono e sono oppressi, si effonda la pienezza della forza e del conforto dello Spirito Santo consolatore.

Con amore fraterno, vogliamoci tutti bene scambievolmente, facendo a gara nel renderci onore l'un l'altro (Rom 12,10).

Si conclude così uno dei nove decreti conciliari, Orientalium Ecclesiarum, dedicato a quei rapporti di reciprocità e di riconoscimento tra le parti che il Concilio sottolineò con vigore anche e soprattutto sotto il segno dell'auspicata unità dei Cristiani (Unitatis Redintegratio) e dell'ecumenismo: Non si deve parimenti dimenticare che le Chiese d'Oriente hanno fin dall'origine un tesoro dal quale la Chiesa d'Occidente ha attinto molti elementi nel campo della liturgia, della tradizione spirituale e dell'ordine giuridico.

Né si deve sottovalutare che i dogmi fondamentali della fede cristiana, sulla Trinità e sul Verbo di Dio incarnato da Maria Vergine, sono stati definiti in Concili Ecumenici celebrati in Oriente e come, per conservare questa fede, quelle Chiese hanno molto sofferto e soffrono ancora.

Il che peraltro suona così profetico ed attuale ancor oggi, in questi giorni, soprattutto in Medioriente.

Ora, pertanto, se i termini giuridici della questione occupano a giusta ragione i capitoli centrali del decreto "Orientalium Ecclesiarum"; il debito storico e culturale, la ragione stessa di questa unità costituiscono il fulcro della terza parte dell'altro decreto (Unitatis Redintegratio) in cui, in primis, il Concilio riconosce una sorta di primogenitura orientale in tema di divina liturgia e tradizione monastica.

E' pure noto a tutti noi con quanto amore i cristiani d'Oriente celebrino la sacra liturgia, specialmente quella eucaristica, fonte della vita della Chiesa e pegno della gloria futura...

In questo culto liturgico gli Orientali magnificano con splendidi inni Maria sempre Vergine, solennemente proclamata santissima Madre di Dio dal Concilio ecumenico Efesino, perché Cristo conforme alla Sacra Scrittura fosse riconosciuto, in senso vero e proprio, Figlio di Dio e figlio dell'uomo; similmente tributano grandi omaggi a molti santi, fra i quali vi sono Padri della Chiesa universale......

In Oriente si trovano pure le ricchezze di quelle tradizioni spirituali che sono espresse specialmente dal monachismo. Ivi infatti fin dai gloriosi tempi dei santi Padri fiorì quella spiritualità monastica che si estese poi all'Occidente, e dalla quale, come da sua fonte, trasse origine la regola monastica dei latini e, in seguito ricevette di tanto in tanto nuovo vigore.

Perciò caldamente si raccomanda che i cattolici con maggior frequenza accedano a queste ricchezze dei Padri orientali, che elevano tutto l'uomo alla contemplazione delle cose divine.

Nel prosieguo oltretutto, il documento dopo avere esposto la specifica disciplina degli Orientali e la sua legittimità, così come ad un tempo il Carattere proprio degli Orientali nell'esporre i misteri; si conclude che Considerate bene tutte queste cose, questo sacro Concilio inculca di nuovo ciò che è stato dichiarato dai precedenti sacri Concili e dai romani Pontefici, che cioè, per ristabilire o conservare la comunione e l'unità bisogna "non imporre altro peso fuorché le cose necessarie (At 15,28), argomento peraltro quanto mai attuale nell'odierna configurazione della civiltà italiana ed europea, per cui latini e orientali sono sempre più vicini e nella convivenza territoriale quotidiana (basti pensare ai flussi migratori verso Occidente registrati negli ultimi venti anni a partire dall'area balcanica ed ex sovietica) quanto nella comune resistenza contro il secolarismo e il relativismo liberistico che del resto ha preso piede nelle stesse aree di provenienza all'indomani della caduta del Muro.

In questo reciproco arricchimento, nella messa in comune di beni culturali e tradizioni spirituali e religiose, mi sovviene quanto asserito da Leone Magno in tema:

"In molti ricchi si trovi quella disposizione a usare della propria abbondanza non per orgogliosa ostentazione, ma per opere di bontà. Essi considerano grande guadagno ciò che elargiscono a sollievo delle miserie e delle sofferenze altrui".

Il che dunque potrebbe sostenersi a ragione anche nel mettere a disposizione la propria ricchezza spirituale e liturgica, culturale, che è poi lo spirito dello stesso ecumenismo che non è mai una sottrazione ed una colonizzazione quanto un bene condiviso, una comunione, mi sembra.

Sono gli stessi apostoli a fornire da questo punto di vista il modello "ricco e generoso" di una povertà magnanima...

Essi lasciarono tutte le loro cose senza distinzione e, richiamati dalla voce del divino Maestro, da pescatori di pesci si sono rapidamente cambiati in pescatori di uomini...Era quello il tempo in cui i primi figli della Chiesa erano "un cuor solo e un'anima sola".

Separatisi da tutto ciò che possedevano, si arricchivano di beni eterni, attraverso una povertà squisitamente religiosa. Avevano imparato dalla predicazione apostolica la gioia di non aver nulla e di possedere tutto con Cristo.

Per questo San Pietro apostolo quando all'ingresso del tempio fu richiesto dell'elemosina dallo zoppo disse: "Non possiedo né argento, né oro, ma quello che ho te lo do. Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina".

Ed è proprio questo cammino in una ricchezza umile e disponibile, quella presente nel patrimonio che sta oltre qualsiasi separazione, che oggi ci vien chiesto in nome dell'unità del corpo mistico di Gesù Cristo.

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