C'è sempre un albero, una pianta a cui apparteniamo (talora anche una mala pianta - per dirla con Dante). Eppure nessuna "mala pianta" è così perversa da non poter essere innestata.
Voglio dire in sostanza che se per quella pianta intendiamo la nostra stessa vita e il nostro passato, neppure quello è del tutto con-dannato: è passato, certo, ci sono cose nuove, ma quelle cose nuove sono fiorite in ogni caso su quella pianta su cui è avvenuto l'innesto stesso. Le lacrime asciugate dell'Apocalisse, il dolore e l'errore, sono la linfa che fa vivere quel che oggi appare come un frutto: il figlio delle molte lacrime - direbbe il mio santo preferito. E questo - scusatemi pure - è bellissimo.
Nessuna storia è persa: le nostre radici e i primi virgulti continuano a mantenere una potenzialità di vita nuova insospettabile, come quei rami secchi che sorprendentemente a primavera mettono germogli. E tu vorresti buttarli via. Come l'albero di fico e chi vorrebbe buttarlo giù - per restare in tema - a cui si concede ancora tempo per metter su qualche bel frutto, tardo forse ma dolcissimo, del resto.
Penso al gusto della lettura che mi hanno trasmesso i miei genitori (se ne parlava con un amico che condivideva la medesima esperienza); così le pratiche ingenue insegnate dai nonni; così infine tutte le cose apprese da chi per un tratto è stato per te un punto di riferimento.
Così infine per quella vite di cui noi ci sentiamo talora tralci, talora "intralci", Gesù, che continua sotterraneamente a far passare la sua linfa in noi e per questo dobbiamo desiderare e chiedere che questo non cessi mai di essere.
Quando - dopo anni di abbandono - sono tornato a pregare, nella mia mente sono tornate alcune brevi preghiere che erano nel sostrato della mia infanzia di fede: Ave Maria, Padre Nostro e Nunc Dimittis, che è poi il Cantico del vecchio Simeone. Esso esprime la gioia di aver ripreso a fiorire: sono un vecchio ramo che aspettava la primavera da una vita. Dentro di me non ho mai smesso di sperare e di attendere - dice lui - e ora finalmente so che è stato giusto così.
In quelle parole e in quel momento nel mio io/Simeone la linfa è ripresa a circolare e a dare vita ed ho capito di essere figlio del mio passato, non tutto perso dunque, e capace di avere un presente produttivo e radioso, promettente. Quel tralcio all'improvviso si è reso conto di non essere solo un ramo secco. Non è poco.
La propria pianta non è inutile e non serve rinnegarla: c'è ed è la tua origine e la tua storia, che ha sempre un senso e costituisce sempre un canale per far passare la vita, la tua vita, il senso di questa.
Ed è quanto ci salva: perché ogni storia, anche di ogni popolo, di ogni tradizione religiosa, costituisce il luogo attraverso il quale Dio fa passare la sua linfa, la sua parola, la nostra ragion d'essere: Dio passa attraverso l'albero a cui apparteniamo. E questo a volte si scopre solo a stagione inoltrata.
Non ho visto tralci vivere da soli. Quelli staccati dalle proprie piante finiscono nel fuoco oppure marciscono: è inevitabile.
Teniamoci stretto il nostro percorso: è quello il passaggio nel nostro Mar Rosso.