Mentre Paolo rischia la propria pelle di fronte ai Giudei che lo ascoltano a Listra e lo lapidano perché le sue "aperture" sono del tutto incompatibili con la severa linea "ad excludendum", cioè di chiusura degli stessi Giudei che proprio non riescono ad accettare che quella salvezza tanto decantata possa essere rivolta anche ad altri che non siano gli stretti osservanti della legge; ecco che Paolo e Barnaba, dopo avere avvertito i nuovi discepoli delle tante tribolazioni che dovranno affrontare, scelgono nuovi anziani e collaboratori e li affidarono al Signore dopo aver pregato e digiunato.
In questa breve sintesi di un passaggio degli Atti degli Apostoli (14, 19-28), ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito stamane. Il più eclatante è quello di chi ritiene di essere il depositario esclusivo della verità e non può accettare che si possa giungere alla nostra libertà vera per altre vie.
Ci siamo tutti dentro in questo atteggiamento: nel nostro pregiudizio e nella nostra presunzione. Chi non frequenta il nostro movimento ecclesiale; chi non prega al nostro stesso modo; chi non fa la medesima pratica di digiuno, di volontariato, di servizio; chi insomma imputa al nostro modo di essere di non essere l'unico possibile, costui non può essere degno dell'amore di Dio. Pronti a flagellare, a lapidare, a lanciar pietre, a condannare chi versa il suo profumo costoso sui piedi di Gesù. Come osano prendere confidenza col nostro Dio?
Mi spaventa sempre quando ci troviamo a vivere come i figli unici e designati dal Signore, salvi quindi per le nostre opere, per la nostra osservanza piuttosto che per non per il suo amore. Si tratta di una trappola in cui rischiamo di cadere di continuo e da cui sfuggire come da una malattia mortale, oltretutto silenziosa, perché si attacca mentre apparentemente sei il solito soggetto sano. Forse perché la salvezza viene non per i sani...
In secondo luogo a chi contesta con la propria vita questa chiusura (e tutti ne abbiamo: ora verso questi ora verso quelli), viene predetta la quotidiana lapidazione, le molte tribolazioni, gli spaventi e le minacce.
Aver paura? Gesù nel Vangelo di Giovanni di oggi (14, 27-31a) ci dice "non sia turbato il vostro cuore"; anche se il cuore si turba, c'è poco da dire, ogniqualvolta qualcuno si asside "motu proprio" alla destra del Padre, neanche fosse solo lui il figlio a cui spetta stare vicino al Padre Dio dell'universo.
E non si tratta neppure della paura della persecuzione e dell'ingiustizia, ma quella di vedere pregiudicata la prima di tutte le parole che abbiamo imparato: che Dio ci ama "come io ho amato voi", proprio tutti, al punto di essere Dio con tutti, uomo tra gli uomini, laddove nessuno è così poco degno da non esser degno di vedersi sorretto dalla vita, dalla morte e dalla Resurrezione di uno che si fa carne e agnello per noi.
Bisogna non credere a coloro che pensano di averne l'esclusiva. Contro di loro ci sono Maddalena e Zaccheo, il pubblicano e il centurione, la Samaritana e l'esattore Matteo: contro di loro c'è quel Dio degli ultimi che faceva il falegname e per il quale fu offerta solo una tortora, niente di più.
E se Lui agisce così - sempre Giovanni a dirlo - è perché è mio padre che lo ha voluto. Proprio perché nessuno si arrogasse l'esclusiva regale, etnica e di casta.
Tutti, davvero ciascuno, è Figlio del Padre, del Re dell'Universo, e quindi come tale erede di questo regno e quindi amato, voluto, desiderato discendente di questo trono per il quale non occorre esser "un figlio di..", figlio d'arte, ma si può essere tutti sacerdoti per sempre, senza averne i natali, un Melchisedek che non discende da nessuna categoria professionale privilegiata.
Infine l'ultimo appunto sulla scelta "di alcuni anziani per loro in ogni Chiesa", compiuta da Paolo e Barnaba, uomini affidati poi al Signore, dopo aver digiunato e pregato per loro.
C'è sempre - grazie a Dio - qualcuno a cui un Padre, un familiare che parte, affida i suoi fratelli più fragili o più giovani. Quando i miei partono per le vacanze, dicono sempre a noi ritenuti a torto o a ragione più maturi," mi raccomando di".
Da ragazzino questa raccomandazione che spesso mi rivolgeva mio nonno mi faceva ribellare: volevo essere libero di fare come volevo, senza alcuna responsabilità che non riguardasse altri che me stesso. La chiamavo libertà. In effetti non c'è libertà che non sia amore.
Il "mi raccomando" è un segno di fiducia: è un richiamo ad amare e quindi a prendersi cura degli altri. E' il Padre che ci chiede di amare e quindi di aver cura come farebbe lui se oggi fosse qui (Gesù in questo Vangelo dice "Vado e tornerò da voi. Non parlerò più a lungo con voi": vi basta sapere che pur partendo vi lascio la prova del mio amore (lo condividete amando come amo io quelli che ora vi raccomando di amare) e che io agisco con voi come il Padre con me: lascio voi in mia vece, come in sua vece io ho agito presso di voi in nome del Padre.
E qui c'è un'ultima considerazione. Il tutto avviene solo dopo aver pregato e digiunato. Non c'è nessun mandato, nessuna investitura che non passi attraverso questo rapporto visibile di disponibilità e di spoliazione con l'unico che ci può investire di questo compito.
E' solo chiedendo e rinunciando, per così dire - come si fa col digiuno - al nostro amor proprio che ci fa sempre sentire unici depositari e della salvezza e della verità assoluta - quella citata all'inizio del pezzo - che si può essere in grado di aver fiducia che Dio parli a chiunque: meglio ancora che Dio parli a chiunque sia affidato a chi ne fa responsabilmente, e quindi amando allo stesso modo, le veci del Padre.
Padre, li affido a te, perché essi siano in grado di partecipare, di comunicare con lo stesso amore da cui siamo legati Tu ed Io, per la salvezza del mondo, di tutti cioè, nessuno escluso