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Il naufragio dell'etica del lavoro

Pubblicato da enzo cilento su 1 Maggio 2013, 17:36pm

"Dio, che ha dotato l'uomo d'intelligenza, d'immaginazione e di sensibilità, gli ha in tal modo fornito il mezzo onde portare in certo modo a compimento la sua opera: sia egli artista o artigiano, imprenditore, operaio o contadino, ogni lavoratore è un creatore. Chino su una materia che gli resiste, il lavoratore le imprime il suo segno, sviluppando nel contempo la sua tenacia, la sua ingegnosità e il suo spirito d'invenzione. Diremo di più: vissuto in comune, condividendo speranze, sofferenze, ambizioni e gioie, il lavoro unisce le volontà, ravvicina gli spiriti e fonde i cuori: nel compierlo, gli uomini si scoprono fratelli".

Così recitava nel 1967 il profetico testo di Paolo VI, l'Enciclica sullo Sviluppo dei Popoli, intitolata "Populorum Progressio" al paragrafo 27.

Sono trascorsi dunque quarantasei anni, una vita. Molti dei nostri amici e dei nostri genitori hanno quell'età e quelli più anziani ricordano ancora il fascino e il clamore che suscitò il documento redatto da Papa Montini.

E' tutto qui, intatto, ancora oggi e direi per sempre il valore del lavoro, oggi 1° maggio del 2013, in pieno tempo di crisi e di recessione.

Ma il problema non consiste del resto solo in quello relativo alla difficoltà di reperirne uno dignitoso e duraturo, quanto ancor più nella riflessione sul valore stesso che nel frattempo è stato riconosciuto al lavorare in questi quasi cinquant'anni di sviluppo e di globalizzazione.

A quell'aspetto della con-creazione cui facevamo già cenno giorni fa e che è prodigiosamente indicata nel testo di Papa Montini, sembra che la cultura oggi non pensi più in alcun modo: e non solo per colpa dell'eccesiva specializzazione e per la perdita della dimensione artigianale del lavoro stesso, a favore della produzione parcellizzata del bene in produzione, tanto intellettuale quanto materiale.

Il lavoro è divenuto infatti, in anni migliori il luogo dell'autoaffermazione e della risposta a bisogni spesso indotti e non essenziali, consumistici da cui l'uomo si è fatto determinare, ponendoli al vertice della sua individuale realizzazione umana.

Negli anni peggiori, il lavoro è divenuto, sia come aspirazione ad averne uno che come espressione del fare, esclusivamente strumento atto a perseguire il diritto alla sopravvivenza individuale piuttosto che non mirato al conseguimento del diritto al bene comune, riduzione peraltro inevitabile in tempi da si salvi chi può.

Il lavoro certo non prescinde mi sembra da una fisiologica ricerca della propria vocazione e della propria realizzazione alla creazione (cfr. Populorum Progressio). Eppure al tempo stesso è fuorviante e soprattutto è un vuoto a perdere, edonismo ed egoismo, se esso viene del tutto svuotato di quella tensione verso la realizzazione di una società armoniosamente costruita intorno al concetto della reciprocità e della mutua relazione alla costruzione di un bene diffuso; laddove il lavoro diventi non solo il bene dell'individuo ma anche il luogo attraverso il quale l'individuo presta la sua opera per la costruzione della civiltà e della comunità nella quale si riconosce, si identifica e verso la quale non può non provare interesse e solidarietà.

Mi rendo conto che tali discorsi, in tempi in cui l'ideologia del lavoro e della collettività sono stati prima adoperati in malo modo e poi rigettati, appare un'operazione fuori tempo massimo, superata dalla storia.

Sono in crisi del resto i concetti stessi di collettività, prima ancora che di comunità; nonché quello di fratellanza, fosse anche solo di classe, sindacale, generazionale.

Forse la deregulation avvenuta nel lavoro e nel sistema liberistico ha non a caso distrutto questi valori e ha posto una sorta di clima di guerriglia tra individui e diritti, tra professioni e generazioni.

Diciamo che quell'umanesimo integrale e quello sviluppo integrale dell'uomo che ha in mente Paolo VI e che aveva trovato in Maritain il primo teorizzatore è stato tradito dal procedere amorale, tutt'altro che integrale, lontano da ogni promozione umana, proprio del nostro modello di sviluppo e di riflessione sul lavoro.

In un lavoro siffatto, inserito in questo modello produttivo, non c'è spazio per la condivisione e la fratellanza né l'obiettivo è costruire un uomo integrale, migliore e più grande, capace cioè di guardare anche alla sua dimensione privilegiata, rispetto all'animale da soma o da pulsione bulimica e consumistica.

Anzi, il modello che privilegiava il consumo apriva la porta ad un lavoro la cui unica finalità consisteva nel soddisfare la pulsione e la voracità di consumo personale, individualistica, in questo non perseguendo né individuando altra molla nello sviluppo che non quella della voracità e del diritto individuale allo spreco, al consumo, voracità ed avarizia che, come recita ancora il documento, è solo il segno tangibile di un sottosviluppo non più solo economico ma morale.

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