Sì, è vero: “molto ci hanno perseguitato fin dalla giovinezza: lo dica Israele” – recita il Salmo – “ci hanno perseguitato fin dalla giovinezza ma non hanno prevalso”.
Sul mio dorso hanno arato gli aratori; hanno scavato lunghi solchi. E i solchi sono tanti e non sono neppure solo le rughe che segnano il volto e che, come insegnano, indicano la smorfia della nostra persecuzione e talora persino del nostro riso; ma, di più, sono le scudisciate e le percosse, i flagelli impressi nella nostra carne.
Quando però il nostro corpo sarà risorto e quando questo accade perché Dio è con noi, io credo che lungo quei solchi germini il grano e in mezzo ad esso i papaveri e i fiori di campo: un profumo meraviglioso di chi non ha smesso di dar frutto, tanto che i solchi neppure si vedono più: sono sotto, nascosti e produttivi, perché l’erba e le piante sono alte e nessuno da lontano può vedere quanto siano profondi.
E’ il tempo in cui si può riscoprire il vero piacere della vita, guardare fuori dalle feritoie, dalle strettoie del nostro rimpianto: è il tempo in cui non solo ogni cosa è nuova ma in cui ogni cosa è pulita e pura, solo ricerca di una bellezza che salva il cuore e guarisce il fianco e i reni colpiti.
Non bisogna aver paura di cercarlo questo piacere e questa gioia di vivere, ora che la giovinezza funestata dal male subito è passata e che la maturità biondeggia sulla nostra schiena.
C’è un’innocenza anche nel volersi bene che non deve far paura. Crogiolarsi al sole e leggere pensare immaginare; la gioia delle cose quotidiane e futuribili, probabili impossibili; fermarsi. Perché averne paura?
Così come andare: ogni cosa è piacere (alcuni direbbero un dono), sia che questo si sia conquistato con la battaglia quotidiana, sia che questo sia venuto da sé, come l’incanto naturale a cui solo ora ci siamo abbandonati.
Perché, anche lasciarsi andare per alcuni è una conquista: è un abbandonarsi per restare meravigliosamente a galla, vedendo che è l’unica via per non bestemmiare ogni mattina.
Dalla mia prigione esco con i segni delle catene alla caviglia, la mia prigione in cui m’ha segregato l’intima convinzione di averla meritata questa aratura, questa schiena, questi aratori che metton fiele sulle ferite e aceto danno da bere al povero ed all’assetato che hanno in custodia: Dio ci scampi da tanta pietà.
Non c’è nulla di male a svegliarsi liberato come se un Angelo ti avesse tirato via da questa tortura, con una luce che ti incornicia il viso, con il Dio dei viventi che t’ha visitato e t’ha guarito, Lui sì: non altri. Io li lascio così i miei torturatori ed aguzzini, persino in grado di benedirli ora che ho ritrovato il gusto del piacere, della lode di quanto possiedo e sono, certo per Grazia e pure per Resistenza: che canta “Si vergognino e volgano le spalle tutti quelli che odiano Sion”.
Quanti sono? Miriadi di miriadi, come le stelle, e come la spiaggia del mare. Come un popolo che ti passa sulla schiena fin dalla giovinezza; e della bellezza non sa che farsene: solo dell’indifferenza dell’inflessibile pesantezza del vivere.
Sono miriadi, mentre noi siamo felici, da oggi, perché lo sguardo s’allontana e vede colori e tele, statue che prendon vita e parole e poesie, armonia e ricchezza, quella vera, quella per cui vale la pena essere un uomo, un uomo intero, un “Hombre vertical” e piroettare come un artista, un Nureyev ferito che balza come nel Pomeriggio del Fauno di fronte al sole di Dio.