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Di quel Salvifico Dolore

Pubblicato da enzo cilento su 5 Luglio 2013, 07:46am

Tags: #mater et magistra

Ogni umana sofferenza, in forza dell’unione nell’amore con Cristo, completa la sofferenza di Cristo. La completa così come la Chiesa completa l’opera redentrice di Cristo. Il mistero della Chiesa – di quel corpo che completa in sé anche il corpo crocifisso e risorto di Cristo – indica contemporaneamente quello spazio, nel quale le sofferenze umane completano le sofferenze di Cristo.

Solo in questo raggio e in questa dimensione della Chiesa - corpo di Cristo, che continuamente si sviluppa nello spazio e nel tempo, si può pensare e parlare di “ciò che manca” ai patimenti di Cristo. L’Apostolo, del resto, scrive del completamento di “quello che manca i patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa”.

Proprio la Chiesa, che attinge incessantemente alle infinite risorse della redenzione, introducendola nella vita dell’umanità, è la dimensione, nella quale la sofferenza redentrice di Cristo può essere costantemente completata dalla sofferenza dell’uomo. In ciò viene messa in risalto anche la natura divina – umana della Chiesa.

La sofferenza sembra partecipare in un qualche modo alle caratteristiche di questa natura. E perciò essa ha pure un valore speciale davanti alla Chiesa. Essa è un bene, dinanzi al quale la Chiesa si inchina con venerazione, in tutta la profondità della sua fede, nella redenzione. Si inchina, insieme, in tutta la profondità di quella fede, con la quale essa abbraccia in se stessa l’inesprimibile mistero del Corpo di Cristo

(da Salvifici Doloris , 24 – 11 febbraio 1984)

Non c’è dolore che non sia redenzione, dunque; non c’è sofferenza che non debba incutere rispetto e che non possa essere posta sul piano dell’offerta, come il corpo di Cristo è l’offerta redentiva nella storia di ogni uomo.

Le sofferenze fisiche e psichiche, psicologiche, quelle legate al disagio ed alla povertà, la stessa apparente frustrazione delle proprie aspettative di vita, e non solo, sono tutte degne di questa partecipazione a questo dolore che redime e che salva, di fronte al quale ogni cristiano si deve inchinare come di fronte al perpetuarsi, al protrarsi, al completarsi e al farsi storia, qui ed ora, della sofferenza che salva l’uomo.

Non c’è solitudine che Cristo non abbia conosciuto; incomprensione che non abbia incontrato; disprezzo che non abbia subito così come ogni genere di ingiustizia e di ingratitudine.

Abbandonato, al punto di chiederne conto al Padre, come noi; ferito e agonizzante come ciascuno di noi; passato attraverso il Getsemani, il sonno e l’insensibilità dei suoi, nel momento peggiore della sua missione terrena; tradito e venduto.

Ce n’è abbastanza per associarsi a Lui.

Per associare ogni nostra esperienza estrema a Lui, quindi.

Il sacrificio eucaristico che ogni giorno, del resto, sotto ogni latitudine, la Chiesa rinnova; in ogni sofferente, in qualsiasi condizione viene a manifestarsi di nuovo a noi come il volto e il corpo stesso di Cristo tra noi.

Ed è questo che ce lo rende caro, prezioso, da custodire, da accogliere come un atto d’amore.

Solo così la nostra sofferenza, ogni nostra sofferenza, acquista un senso, altissimo, quello di salvezza redentrice e che arricchisce l’uomo; e questo peraltro sotto molti aspetti: spingendolo alla comprensione umana, all’accoglienza, alla ricerca scientifica (che è ancora un prendersi cura dell’uomo, dell’altro), all’accompagnamento amorevole lungo la via del Calvario e della salvezza che, solo in quest’ottica, acquista un senso.

E’ il banco di prova infine per ogni uomo, mettendolo di continuo di fronte ad un altro da custodire con amore.

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