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DI COSA STIAMO PARLANDO?

Pubblicato da Enzo M. Cilento su 12 Febbraio 2013, 10:26am

Se c'è una cosa che non finisce di indispettirmi all'inverosimile questa è l'ipocrisia. Sono in buona compagnia comunque: Gesù Cristo stesso non ha mai paura di rimproverarla a chi ne è affetto, spesso sovrapponendola al concetto di fariseismo. Mi piacerebbe fare l'elenco di tutto il nostro fariseismo e forse un giorno mi divertirò a stilarne un bel decalogo.

L'ipocrisia del resto è il male più radicato nella società borghese e post-borghese, con i suoi luoghi comuni, i suoi idoli, i suoi culti, il perbenismo vuoto e il moralismo immorale. Come non ricordare capolavori come I Buddenbrook o Anna Karenina, per dire, dove il moralismo farisaico è il criterio di giudizio sotto il cui abito castigato è il nulla? Il moralismo ipocrita che oltretutto è il contrario di ogni carità e virtù cristiana, perchè agisce sempre in vista del giudizio altrui, laddove il ben operare e l'apparire bene coincidono e costituiscono non solo il segno della rispettabilità pubblica ma persino di quella davanti alla legge ed alla religione, come se Dio giudicasse solo in nome di legge e convenzioni rigide piuttosto che in base alla comprensione ed alla misericordia. Non ci salviamo - dremmo agli ipocriti - per il rispetto formale delle norme ma per l'adesione a Colui che ci libera e ci salva a partire dall'accettazione del nostro limite. Non voglio inerpicarmi però su questioni teologiche che non mi competono.

Se c'è un luogo in cui questo fariseismo strombazza all'unisono, questo è il luogo della comunicazione di massa, oggi dico media e televisione soprattutto. Non rispolvero il vecchio concetto di nazionalpopolare, oltretutto alla vigilia di Sanremo: ma è sicuramente ipocrita e farisaico il buonismo dei talk show, le cronache in diretta, la commozione finta davanti al caso umano, al vecchio abbandonato, al campione dimenticato, all'artista che vive in povertà, ai bambini sfruttati, ai malati. La tv dei buoni sentimenti e delle lacrime di fronte ai pacchi che cambiano la vita è spesso vomitevole: Cristo quello scatolone lo avrebbe buttato per aria. Ne sono certo.

Che del resto questo sia il giorno giusto per parlarne mi sembra fuori discussione: dico della lotta all'ipocrisia. Non solo perchè il Vangelo di Marco quest'oggi richiama certi comportamenti zelanti di chi si attiene a tutte le regole dell'abluzione, al Tarbat, cioè l'offerta da rendere a Dio, mentre dimentica quelle minime attenzioni che si dovrebbero a chi ci è vicino e ci dovrebbe essere caro, le piccole attenzioni dell'amore.

Ma poi ancor di più per i pulpiti ipocriti che abbiamo ascolato tra le 11,46 di ieri e credo continueranno fino al 28 di questo mese, quanto meno. Ieri sera il salotto televisivo ci ha rovesciato il peggio del peggio in questo senso. A parte il tono da necrologio, non ho sentito una sola voce che si sporgesse al di là del solito chiacchiericcio, che osasse mettere il dito nella piaga che Benedetto apre anche oggi col suo gesto. Qui non si tratta di continuare l'ordinaria amministrazione della Chiesa: qui c'è da interrogarsi sullo stato dell'Occidente e del mondo evangelizzato. Di questo nessuno ha osato parlare. Ma allora di cosa stiamo parlando?

Ora, detto che l'inadeguatezza del Pontefice a far fronte a questo stato delle cose (inadeguatezza di energie direi) denunciata dal Papa in persona, corrisponde all'atto di onestà intellettuale di un uomo che riconosce che tutto il mondo anche di antica evangelizzazione avrebbe bisogno di una nuova evangelizzazione (perchè altrimenti averla indetta come elemento caretterizzante di questa nuova era?); il suo abbandono non ha il tono smielato della resa di fronte ad una situazione irrecuperabile, ma anzi quello della consapevolezza dell'immane peso che richiede questo impegno da portare avanti con forza ed energie giovanili, per così dire. Benedetto sta richiamando a quel compito di ricristianizzare l'Europa e l'Occidente di cui secoli fa sono stati investiti San Benedetto, San Domenico, i grandi predicatori, i grandi fondatori di Ordini religiosi e non solo. Quella cui si assiste del resto è un'età pagana, assolutamente relativistica, pronta al più ad aprire un Pantheon collettivo e al più capace di produrre un'etica debole, ellenistica, stoica eclettica o epicurea. E questa comunicazione - quella di ieri sera - tutti i palinsesti di questo emisfero - sono la testimonianza di questa relativizzazione, di questa saga del buon cuore, deli buoni sentimenti e delle buone intenzioni.

Ma da questo orecchio nessuno ci vuol sentire: non ho sentito nessuno che abbia sfiorato con vigore questo punto, sempre in nome di quella sorta di bon ton per cui le mie certezze non devono confliggere con quelle dell'altro interlocutore in certi contesti e su certi temi. E' questo il dialogo? Ma se il dialogo è un'omissione, non si dice e non si ascolta, non ci si lascia ascoltare e infine è un incontro parziale, formale, ipocrita, una recita a soggetto e quindi si parla sul nulla. Di cosa stiamo parlando?

Il discorso sullo stato della comunicazione del messaggio cristiano in Occidente non è - mi permetto di dire - come ha sostenuto il prof Cacciari, una questione di modernità di atteggiamenti e di linguaggio da mutare, nè tanto meno ci si può limitare a ridurre l'annuncio di Cristo - come il prof ha insistitto - a quello di una figura umana di riferimento, Cristo Cristo, appunto, omettendo l'aspetto trascendente e sovrannaturale di questo evento. Questa lettura riduttiva è proprio ciò che non piaceva a Benedetto oltretutto e la sua eradicazione è proprio l'oggetto del nuovo progetto ormai non più rimandabile di nuova evangelizzazione.

O la Chiesa si protestantizza ancora di più al punto che ciascuno ne prende ciò che più gli aggrada adattandola ai tempi ed alle sensibilità dominanti o personali, tanto da diventare solo un ente benefico come tanti, con un indimenticabile benefattore dell'umanità come Gesù di Nazaret - che è quanto vogliono in tanti e sta accadendo - oppure l'opera che tocca al successore di Benedetto è proprio quella su cui Caccciari ritiene che Benedetto abbia fallito e sia caduto stanco fino alle dimissioni.

Il gesto forte - oltre tutte le ipocrisie e il non detto di cui sopra - è proprio la denuncia non di ciò che non si può cambiare, ma di quello che bisogna fare e dell'energia che bisogna mettervi: perciò, ribadisco, è un gesto di grande onestà e contro ogni fariseismo ed ipocrisia. E' proprio la comunicazione dopata, buonista, conciliante, la melassa del non prendere posizione e del non mai esporsi quello che Benedetto denuncia anche ora; è la stessa Chiesa - qualora ce ne fosse una così - che anzichè andar fiera della propria identità, la volesse svendere che va cambiata e rinnovata, accogliendo il dono dello Spirito che questa nuova evangelizzazione chiede avvenga fin dai gangli più interni della Chiesa appunto (ordini, congregazioni, curia, seminari, impegno dei laici e quant'altro) il che averrà non perdendo quel che si è, ma ritrovandone l'impulso, la fierezza, l'unicità, per dialogare su cose come persone che non si nascondono, non hanno paura della propria storia e che quindi si pongono apertamente di fronte agli altri per quel confronto che altrimenti non esiste.

O tu mi dici chi sei altrimenti io non so di cosa stiamo parlando.Come ieri sera, appunto.

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