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Della perduta sollecitudine

Pubblicato da enzo cilento su 22 Agosto 2013, 14:28pm

Tags: #mater et magistra

La grazia del rinnovamento non può avere sviluppo alcuno nelle comunità, se ciascuna di esse non allarga la vasta trama della sua carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che ha per coloro che sono i propri membri.

Con queste ultime notazioni concludo le modeste osservazioni che ho voluto esporre in merito al dettato conciliare in tema di missionarietà, contenuto nel decreto Ad gentes.

Questa indicazione, posta all'interno del paragrafo 37 del decreto, fa seguito oltretutto ad un passo egualmente significativo (AG, 36), in cui la Chiesa fa appello al dialogo ecumenico, tema poi più diffusamente affrontato in Unitatis redintegratio.

Pertanto tutti i fedeli, quali membra del Cristo vivente, a cui sono stati incorporati ed assimilati mediante il battesimo, la cresima e l'eucaristia, hanno lo stretto obbligo di cooperare all'espansione e alla dilatazione del suo Corpo, sì da portarlo il più presto possibile alla sua pienezza.

Pertanto tutti i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro responsabilità di fronte al mondo, devono coltivare in se stessi uno spirito veramente cattolico e devono spendere le loro forze nell'opera di evangelizzazione.

Ma tutti sappiano che il primo e principale loro dovere in ordine alla diffusione della fede è quello di vivere una vita profondamente cristiana.

Sarà appunto il loro fervore nel servizio di Dio, il loro amore verso il prossimo ad immettere come un soffio nuovo di spiritualità in tutta quanta la Chiesa, che apparirà allora come "la luce del mondo" e "il sale della terra".

Una tale testimonianza di vita raggiungerà più facilmente il suo effetto se verrà data insieme con gli altri gruppi cristiani, secondo le norme contenute nel decreto relativo all'ecumenismo (AG,36).

Da qui infatti i successivi richiami, a seguire: alla cooperazione delle comunità cristiane e al dovere missionario di vescovi sacerdoti, istituti religiosi e laici, nel documento; fino a quella conclusione in cui gli stessi Padri conciliari incoraggiano se stessi ad essere "infiammati da quello stesso amore, di cui ardeva Cristo per gli uomini. Consapevoli che è Dio a far sì che venga il suo regno sulla terra, insieme con tutti i fedeli essi pregano perché, mediante l'intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli, le nazioni siano quanto prima condotte alla conoscenza della verità e la gloria di Dio, che rifulge sul volto di Cristo Gesù, cominci a brillare in tutti gli uomini per l'azione dello Spirito Santo.

Il che in fin dei conti, riconferma sia il mandato conferito ad ogni cristiano a muoversi con sollecitudine verso ogni forma ed espressione di lontananza; sia il monito a non fermarsi, a non chiudersi mai verso forme asfittiche di vita autoreferenziali che escludano anziché includere; che segnino un "orto recintato ed inviolabile", piuttosto che il giardino che il Signore mette a disposizione di tutte le sue creature e per cui tutte lo possano lodare.

E' proprio con questa riflessione e con questa domanda sui nostri atteggiamenti e sul cammino fatto in questa direzione, verso l'accoglienza e verso la sollecitudine per i fratelli, che mi piace concludere, convinto che ce ne sia abbastanza per interrogarci e talora per farci arrossire.

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