Di quale sapienza dunque bisogna essere assetati, se la sapienza – come dice oggi il Siracide – viene dal Signore e con lui rimane per sempre?
Evidentemente di quella che – come precisa il testo più avanti – il Signore stesso ha creato, l’ha vista e l’ha misurata, l’ha effusa su tutte le sue opere, a ogni mortale l’ha donata con generosità, l’ha elargita a quelli che lo amano”.
Ora, quella Sapienza consisterà probabilmente nel saper riconoscere la sua presenza in tutte le cose – prima di tutto – nella stessa esistenza ed organizzazione logica e amorevole del mondo, nella sua armonia, nella bellezza impeccabile del creato e nel non fermarsi ad accoglierne tutto ciò come una casualità o una ovvietà puramente biologica, per quanto poi ogni discorso sulla vita presupponga che sulla vita sia possibile fare un discorso che abbia una sua logica stringente, pensabile e rinvenibile, dunque pensata e rinvenuta come cosa buona, che è poi quel che dice il Siracide.
Quella Sapienza dovrebbe essere la stessa che ci fa cogliere nella storia e quindi in quella personale non solo un possibile filo conduttore, una direzione verso, ma anche un senso (che senso ha la nostra storia e cosa rivelano certi nostri meccanismi ripetitivi?) e quindi dovrebbe renderci anche capaci di compiere scelte che siano in linea con l’intelligenza, con la sapienza che abbiamo acquisito, il che certo non ci mette al riparo da qualche errore e dal fatto di poter essere spiazzati da una eccezione rispetto alla regola che ci è sembrato di cogliere nelle cose.
La Sapienza è in definitiva il bene che viene concesso come potenziale ad ogni uomo che si ponga in un atteggiamento di umiltà, quindi favorevole ad un apprendimento; che non presuma di sapere senza alcun aiuto e senza che alcuno lo assista e che prima di lui non abbia già raccolto dei frutti di conoscenza: la sapienza sta nel mettersi umilmente nell’alveo di quanto ci è stato trasmesso (la tradizione), consapevoli che la sapienza più grande del singolo uomo ed è da rapportare alla grandezza e alla inesauribilità della creazione che, continuando sempre, non cessa mai di essere conosciuta dal momento che sempre nuovi dati e nuovi elementi si aggiungono a quanto prima non esisteva ed ora esiste, mentre quanto esisteva in passato, in parte, ora sembrerebbe non esistere più.
La Sapienza è soprattutto un atteggiamento del cuore ed un’apertura della mente, insomma, in quanto non si ripieghi ed impigrisca e sappia accettare che quanto sa, è limitato e persino quanto gli sarà possibile sapere lo sarà; che però quell’atteggiamento di amore verso chi tutto fa che sia, è la condizione perché la sapienza che ci basta per vivere ci venga concessa. Bisogna essere grati a chi ci consente di avere una sapienza.
Se esista poi una sapienza bastevole per ciascuno di noi anche questo è altro oggetto della nostra sapienza, dal momento che nulla di più di questa sapienza ci mette in condizione di poter capire che questa sapienza non può mai diventare inquietudine su quanto non sappiamo e che quanto non sappiamo è spesso al di là di quel che ci sarebbe possibile ed utile sapere, qui ed ora.
Quella sapienza si chiede a Dio, dice il Siracide, ed è la sapienza che fa cogliere che quanto ci basta sapere è che è utile sapere che tutto ciò che esiste ha una ragione, anche il non sapere talora; e quindi anche il sapere e il desiderare di farlo, naturalmente: che l’intelligenza delle cose va chiesta e ci viene donata e che come ogni dono non va disprezzato. Non sarebbe invero da sapienti.