C'è proprio un tempo per tutto - come dice Qoelet . anche per piantare e per sradicare le piante; per gettare sassi e per raccoglierli; per tacere e per parlare.
Non è sempre così semplice capire quale tempo sia arrivato per ciascuno di noi. E comunque, qualsiasi sia questo tempo, un tempo alla fine è necessario darselo, perché quel tempo non sia buttato via.
C'è un tempo anche per attendere - è vero - ma non bisogna fare in modo che questa attesa duri oltre il proprio tempo. Ed è sempre tempo per decidere cosa fare del proprio tempo, a chi dedicarlo, a cosa dedicarlo: se inseguire qualcosa o chi inseguire (ritengo peraltro che nulla vada inseguito ma che tutto vada accolto).
Forse non c'è modo migliore per capire quale sia il tempo che si sta vivendo che meditare sui propri tempi, sulla propria storia e sulle proprie capacità.
Chiederci cosa non possiamo più chiedere realisticamente a noi stessi o a Dio, agli avvenimenti; e cosa possiamo chiedere invece riflettendo, meditando e pregando: soprattutto al fine di non averlo buttato del tutto via il proprio tempo.
Anche considerando alcune variabili determinanti.
C'è una occupazione che ti rende evidentemente migliore come uomo e alla quale, dedicando la tua vita, tu senti di non averla gettata via? C'è qualcosa che ti dà quella gioia così grande e piena che non ti fa sentire quasi il peso delle ore e delle giornate che trascorrono, senza per questo sentirti spremuto senza che questo abbia un senso?
C'è un modo infine in cui la tua umanità si possa dire davvero vicina alla sua naturale tensione, quella verso il vero il bello il vero, senza che questa fatica ti risulti improba al punto di sembrare di raccogliere ciottoli e sassi?
C'è tempo per leggere, per studiare per scrivere per esprimersi, per metter fuori tutto ciò che siamo e c'è invece un tempo in cui si può anche studiare e leggere ed apprendere solo per raggiungere un baccalaureato: è il tempo della incompletezza, temo.
Col tempo, in effetti, ti rendi conto che non più i titoli accademici contano, ma contano invece i minuti che dedichi a ciò che ti edifica, che ti tiene in piedi.
E se è vero che talora edifica ciò che fa fatica, non edifica punto incaponirsi ad inseguire traguardi che appartenevano ad altre età della vita: quelle in cui inseguivi l'unanime consenso del consesso civile.
Quando studiavo all'università e poi ancora per l'esame di Stato di giornalista, non è che non amassi lo studio; ma lo studio era in gran parte finalizzato al raggiungimento di quella condizione che mi avrebbe consentito - nei miei voti - di vivere facendo il lavoro (la missione?) nella quale avevo creduto.
Poi, col tempo ho imparato a studiare ed a gustarmi lo studio non finalizzandolo a nient'altro che al piacere dello studio, il che peraltro mi ha reso senz'altro anche una persona migliore, riavvicinandomi anche alla fede.
Ecco: è proprio questo che intendo. Occorre che quel tempo per seminare o per piantare sia ben chiaro perché non è dalle necessità della sopravvivenza, dalla strumentalità delle azioni che si coglie il gusto delle azioni, ma dal loro valore sostanzialmente assoluto, in quanto sono buone in sé.
Forse, col tempo e con la maturità è solo di questo che si ha bisogno, senza neppure chiedersi a cosa possano "praticamente" servire, "strumentalmente"; e scoprendo che solo così possono servire davvero a qualcosa, anzi ancor più all'uomo.