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A piccoli passi

Pubblicato da enzo cilento su 25 Marzo 2013, 05:52am

La mia preghiera stia davanti a te come incenso,

Le mie mani alzate come sacrificio della sera. – recita il salmo 140.

Desidererei tanto che la mia preghiera fosse questo e non un odore sgradevole di uno che chiede di continuo senza essere mai contento di quanto ha già avuto.

Solo una preghiera che parta da questa consapevolezza di avere già avuto tanto può essere un sacrificio della sera, cioè un sacrificio gradito, a fine giornata, come un resoconto di gratitudine, in quanto non nasce dall’incontinenza ma dalla sobrietà, dalla capacità di accogliere quello che si ha, la propria vita, in tutti i suoi atti, come un dono.

Poi certo è chiaro che ciascuno pensi al domani come ad un progetto di crescita, per avere qualcosa in più: la Grazia soprattutto – io direi - di saper leggere quel che si possiede e di saper valorizzare la propria condizione.

Nei giorni scorsi, parlando dell'insoddisfazione come motore di certi risultati, anche nello sport (se ne parlava a proposito di Mennea), a molti sarà sembrato che solo da quello stato d'animo si intendesse può prodursi un continuo slancio verso il superamento dei propri limiti. Vero?

E' un bell'enigma questo, anche se io ritengo che di questo stato d'animo va data una giusta interpretazione.

Guai se da questa condizione di insoddisfazione derivasse infatti una resa (il che invece accade e gli antichi ne chiamavano gli effetti "accidia", scoraggiamento); o se questo invece non ci rendesse capaci di assaporare quanto stiamo vivendo (inquietudine). Sebbene i confini siano molto sottili.

Si può infatti essere insoddisfatti, non del tutto appagati da quanto si vive e gustarsi ciò, nonostante il frutto della propria fatica?

E si può ancora essere soddisfatti di quel che si ha e desiderare altro?

Eppure la fede insegna che sono essenziali entrambe le prospettive. Si può insieme provare gioia e gratitudine, stupore per la propria esistenza e nel contempo desiderio e volontà di dare, di credere e di sperare anche in altro, in qualcosa in più, una sorta di ascesi, di crescita (non è un peccato), non tanto per un egoistico autocompiacimento quanto per la volontà di aderire sempre più ad un modello grande e meraviglioso a cui sentiamo di appartenere, per vocazione.

Il proprio sacrificio della sera di cui sopra e la propria volontà di ascesi in definitiva devono avere - ritengo - due diversi vettori: uno che spinge all'unione con Cristo e con l'esperienza di Dio; l'altro che si esprima come lo stesso amore che Dio ha per noi, come strumento di salvezza praticabile e vivibile anche per e da altri.

Qualsiasi cosa facciate, facciatela come se la faceste non solo per voi stessi - mi sembra di poter dire - ma come via da percorrere personalmente (e quindi anche per voi) e per contribuire ad offrire all'umanità ciò per cui ogni vita ha un senso, quello ultimo, la dignità dei figli di Dio.

Di certo, uomini abbandonati alla povertà ed alla malattia non sono messi per lo più nelle condizioni di cogliere questa dignità (da qui l'impegno di alcuni eminentemente nel sociale); dall'altra, guai a far credere che il solo cibo da assicurare sia quello materiale.

E' la solita apparente dicotomia in cui ci si dibatte da sempre: inutile star qui a ripeterlo; però è evidente che nessuna preghiera gradita a Dio ed agli uomini può nascere se non dalla presa di coscienza che nient'altro va chiesto se non quel primo pane quotidiano senza il quale non esiste cibo che sfami: quello che ci rende consapevoli di poter essere già grati di poter gustare quel poco che siamo e abbiamo e che senz'altro è promessa del tanto in cui crediamo e che ci è stato promesso.

La vera ricchezza non è ciò che possediamo infine, ma la promessa in cui viviamo, la fede e la speranza, che non si traduce in nient'altro che nell'attesa di un bene capace davvero di soddisfare la nostra fame e il nostro bisogno più profondo.

Questa promessa in una settimana come questa, la Settimana Santa, e oggi nel giorno dell'Annunciazione, passa attraverso una morte e trasformazione di tutto ciò che è caduco (Cristo lascia il suo corpo sulla croce) perché infine rimanga l'essenziale, il messaggio e la promessa di un corpo nuovo, non un fantasma, un uomo trasfigurato, splendente, la cui preghiera consiste nel rendere grazie del cammino intrapreso per continuarlo, per chiedere forza per andare avanti e per capire, per obbedire agli avvenimenti ed indirizzarli non secondo il proprio egoismo e la propria compulsione ma secondo il sentimento della comunione e della condivisione.

La settimana che stiamo vivendo è non un sacrificio fine a se stesso e neppure un atto di eroismo: è una obbedienza alla propria storia, al senso della propria esistenza, senza inutili ribellioni.

Ognuno percorre una strada faticosa fatta di infinite difficoltà e atti di obbedienza a se stessi e alla propria storia, al senso di essa, nella quale non si perde la ragione e quindi il gusto della propria fatica; tanto che la fatica stessa diventa parte della gioia per cui davvero si può vivere, il senso, il passaggio (Pasqua) dentro il quale bisogna entrare perché le tappe da vivere non siano alienanti, insignificanti, compulsive e staccate le une dalle altre, ma tutte finalizzate ad una stessa disegno di completezza.

Perché non sono i passi ad avere senso in sé ma il cammino, l'intero rispetto al particolare, la meta e l'obiettivo, capaci alla fine di valorizzare, allora sì, anche il singolo atto quotidiano, l'allenamento, la dieta, la rinuncia e la ripetizione talora insoddisfacente nell'immediato, dei gesti che pure in sé talora possono sembrare appunto grigi e ripetitivi, noiosi e quasi privi di qualsiasi significato.

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