Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove i ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. Passo celeberrimo di Matteo, questo (6, 19-20), usato in primis per quelli che a tutto rinuncerebbero, cioè ad ogni bene materiale – non certo al resto – i quali sanno bene che quel che hanno, tignola e ruggine (il carbonchio) non lo rovinano; per quanto vero sia altrettanto che anche i religiosi (è di loro che parliamo) e i consacrati che hanno fatto tra l’altro voto di povertà, con i beni che si usurano hanno a che fare: con le loro case e relative cose, coi tetti, i servizi che si usurano e quelli che si pagano; le bollette, i lavori in muratura e il resto, con tutto il resto con cui anche loro hanno a che fare; come tutti.
Che pure la vita contemplativa ha i suoi costi: bando ai moralismi. Da quelli non saremo liberati mai, mai del tutto, nessuno a questo mondo.
Di certo, il nesso tra il passo di Matteo e la scelta di povertà di cui diciamo è così implicita ed automatica che anche le preghiere e le intercessioni che ne accompagnano la lettura sono dedicate (confronta quelle di oggi) alle vocazioni contemplative e religiose, che infatti sono sempre di meno. La ragione? Non solo una.
A me sembra che per rifiorire, bisogna mettere ordine nel giardino e persino rifondar le aiole, innestare, concimare. In questo, i monaci e le monache sono stati, sempre fuor di metafora, maestri. Mentre nella vita quotidiana, occorrerà pur ripensare alla scelta di povertà; a come accompagnarla di contenuti e di attività che siano adatti ai giorni nostri, ai nostri giovani e ai meno giovani; a come non si possa pensare ad una ricetta generica ed universale ma ad una forte diversificazione studiata su mille variabili e particolari, cioè sulle persone, il loro vissuto, la propria inclinazione.
La rigidità spezza anche i cedri del Libano ed i fusti più alti.
Quei versi di Matteo, ciò nonostante, continuano a conservare, nella loro schematica perentorietà, il loro fascino. Su di me ne hanno avuto, eccome. Non smettono di esercitarne. Così che ogni volta che li rivedo, ripasso quel che è stato delle mie scelte, di certe ambizioni, dell’aver voltato le spalle in buona misura – sempre migliorabile – a ciò che tignola e ruggine possono distruggere. Il tempo, che degli ultimi due malanni è poi la traduzione più immediata, le rende polvere; o forse solo coriandoli, cioè persino allegria e fantasia. Liberarsi di quel fardello è libertà e indipendenza.
Sono abiti (habitus) che si lacerano, come quelli che una volta Francesco e ogni volta quelli che si consacrano, dismettono, abiti veri e propri. A favore di una sorta di divisa di libertà, unica, abito anch’esso, che sia saio o altro, che ha un valore simbolico, solo quello; ma è soprattutto abito e stile di vita (habitus, alla latina) cioè modus vivendi: lieta sobrietà o povertà che vi piaccia.
Qualsiasi altra chiave di lettura, più penitenziale e lacrimosa, vissuta e presentata come un sacrificio, sarebbe fuorviante. Dopodiché, di certo potremmo assecondare il detto popolare per cui l’abito non fa il monaco ed è vero. Mentre ciò che lo fa è proprio l’habitus inteso come stile.
Semplificando, si potrebbe sostenere che molti, vestiti di quell’abito, potrebbero tradire quello stile; mentre c’è chi pur non indossandolo, lo vive appieno. Ma questo sta nelle cose ed accade in ogni settore della vita dove ci si scontra tra l’apparire e l’essere, tra autenticità ed ipocrisia, quando ci si nasconde dietro ad un ruolo. Ma l’intento mio non era polemico.
Ogni volta che ripeto a me stesso quel che ho scelto e intendo fare ancora, mi sento come uno che ha fatto una scelta di libertà; che piuttosto che la corruzione, la dissoluzione, la tignola e la ruggine, ha preferito mettere al centro il cuore, sempre pieno di progetti, di ideali, di voli e di picchiate clamorose. Certe stoffe sono fatte di trame che non temono l’ingiuria del tempo. Talora, quella delle persone …
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