Gli ambienti di lavoro sono una bella scuola di sopravvivenza. Si fa esperienza di invidie, furberie e piccinerie; difficilmente di solidarietà. Non esiste molta differenza tra l’uno e l’altro. Ho insegnato nella scuola e non ne conservo grandi ricordi: ci si accapigliava per molto poco; per esser vicepresidi e vicari; per uno spettacolo a teatro che coincideva con progetti altrui e altri punti di vista, apparentemente divergenti; per un sforamento di qualche minuto tra un’ora e l’altra.
Non ricordo – ahimè - colleghi con particolare affetto e resta semmai qualche alunno, in genere perso di vista.
Anche al giornale è andata un po’ così, per non dire – ahinoi davvero – in Seminario ed in qualche Monastero addirittura. La carriera, nel contesto, sopra ogni cosa.
Ho testimoniato per un caso di mobbing al giornale ma insomma di “grazie” non ne sono arrivati: si fa per la giustizia.
In ogni caso, ricordo qualcuno a La Stampa di Torino (faccio nome e cognome: Francesco Grignetti) che senza conoscermi punto e solo leggendo le mie cose, mi concesse – bontà sua - una lunga collaborazione (tre anni circa) piena di sogni e di soddisfazioni.
Così come non si dimentica l’esperienza maturata alla rivista Tuttoscuola e quella del mio amico Pierfranco Bariletti, cugino di mia mamma per inciso, che provava un’editoria un po’ di elite col suo Achab, Corriere dell’Avventura, letteratura in pagina, per un Paese che ha sempre meno lettori.
Com’è noto ai miei amici, ho avuto modo di lavorare anche a contatto con i politici nostrani (taccio!) e molto poi nel mondo dello sport.
In un centro soprattutto avevo trovato quella che si chiama “un clima di collaborazione fattiva ed affettuosa”.
Lavoravo allora – fino a quattro anni fa – in un centro sportivo in Rione Monti, il cuore della Suburra, altro che!
Uno dei volti che ricordo sempre – oltre ai miei cari Caterina e Rossella, Maurizio, Fabrizio e compagnia, cari davvero – è quello di un ragazzo (venti anni e poco più) che lo frequentava il centro: Davide.
Sarà lo stato di questi giorni in cui in fondo pensi che esci di casa e poi chissà; di certo è che stamani mi tornava in mente (ma sì, qualche requiem glielo dico sempre …) come uno di quelli il cui destino …
Non vedendolo, un giorno chiedo di lui all’entrata; e mi si racconta di quegli incidenti senza una ragione, in motorino. E Davide, giovane e bello come ogni adolescente e giù di lì, pieno di ironia, era passato a miglior vita: chissà …
Rimane tra quelli che ricordo di quei giorni in fondo lieti e di travaglio assieme, pur non avendoci trascorso mai troppo tempo assieme: giusto frammenti per uno scambio di idee sugli allenamenti e sui percorsi, sul tifo per la Roma e via a seguire.
La vita febbrile e giovanile in persona e d’un tratto il vuoto – per noi – e l’armadietto abbandonato: e chi l’ha visto più?
Ricordo adesso – davvero! – che stanotte ho sognato di una nostra amica, Elisa, e di sua madre che praticava con me il metodo Pilates: stesso luogo e stessa palestra, guarda il caso!
Le vite son catene di rosari e strani appuntamenti: sono vicende incomprensibili e giovani e vecchie storie che si richiaman tutte.
Noi spesso c’incontriamo per incanto in Santa Maria Maggiore, in chiesa e per caso, alla mattina. Lei non sa che ci sarò, visto che non vivo più a Roma; né io so di lei.
E’ che gli uomini si chiamano da lontano, senza saperlo neppure, come gli angeli e come le bestiole; che gli appuntamenti belli e brutti non si mancano, se non per volontà di Dio, mi pare.
E che lavoro o non lavoro, dove c’è il cuore, eccolo il tesoro: dell’intuito, del ricordo e degli affetti. Così, come la nebbia la mattina.
