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L'esaltazione che non si può capire

Pubblicato da Enzo Cilento su 14 Settembre 2015, 08:27am

Tags: #mater et magistra

Non sono un esegeta – premetto – perché non ne ho gli strumenti e neppure la formazione adatta.

Vado avanti col cuore però; e con un po’ di riflessione, di intelligenza, se così si può dire. Mi interrogo – come tutti credo – non una ma mille volte sul senso del dolore e della sofferenza; sul perché della nostra sorte, di mortali, destinati a finire.

Mi son sempre chiesto un po’ scandalizzato che bisogno ci fosse di farlo morire Gesù Cristo sulla croce (è lo argomento che fa storicamente scandalo presso gli Ebrei: ma che Messia sarebbe questo dunque?); come se dovessimo davvero e sempre portarci addosso il peso dell’esser fatti così come siamo: un po’ meschini e traditori.

Liberi certo, anche di sceglier male, ma pur fatti così da Dio – immagino a volte e mi dico, obietto - fin dalla creazione, così dunque, un po’ difettosi e insomma fragili, esattamente così come siamo.

Quasi come se Dio avesse sbagliato le proporzioni.

Che se ne può sorridere o anche inorridire, lascio ad altri la reazione.

La verità è che la croce (oggi per tutti i Cristiani si celebra l’Esaltazione della Croce, eccone l’occasione), le cose che si devon sopportare, vecchiaia, malattie e dolore, delusioni, cose che toccano a tutti in tempi diversi e in diversa proporzione appunto, è un bell’enigma; ed esaltarla è un’impresa davvero da pochi.

Così, in modo scomposto mi interrogavo stamattina senza venirne a capo, quando poi pian piano un po’ la mia vita, un po’ un verso letto mille altre volte, è come se mi avesse all’improvviso aperto un varco, un balenio di spiegazione.

“Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’Uomo”, dice Giovanni infatti e così è stato tutto a un tratto così chiaro in un istante, come alle volte accade, quasi un’illuminazione.

Solo chi scende e viene umiliato (lasciamo perdere come e da cohi e cosa: son mille i modi); solo chi conosce la polvere, può risalire, può ascendere al cielo e capire ciò che conta ed è importante, poterlo gustare insomma; e questa è la sorte dell’uomo; e solo il Figlio dell’uomo, anzi “di un uomo”, può conoscere questa parabola. Ora è così evidente.

Se pensi al tuo dolore, alla tua sofferenza (io ci penso pur senza perderci sempre il sonno) ti rendi conto che la croce, da prenderti sulle spalle (e chi non è costretto a farlo?), è ciò che crea il discrimen, la linea di demarcazione; e cioè ti rende capace di capire quel che conta, ciò per cui vale vivere: che tu e gli altri vivano; ciò a cui tocca davvero aspirare, il pane di cui aver fame, insomma.

Non credo che esista un’altra via, considerando la nostra condizione.

Personalmente, oltre ogni generalizzazione, questa è la mia storia.

E posso affermare con contezza che se non fossi passato attraverso questo, se non passo anche oggi attraverso il peso, la croce da assumere, mai avrei provato quel piacere di vivere e di sperare, anche oltre questa vita, che ora invece m’è dato provare.

E come sempre la sofferenza e la fatica ci rendono forti, migliori, ci purificano, affinandoci come l’argento passato nel crogiuolo.

Ora, attraverso questa condizione – umanissima e pure drammatica – Cristo uomo doveva passare perché fosse credibile, per essere un esempio praticabile da seguire.

La croce è davvero ciò che serve per non avere altri idoli e per vivere con quel che è davvero essenziale.

Che magari è l’amore. L’amore che credo consista innanzitutto nell’essere testimoni credibili - con sé e con chiunque – del senso di questa parabola esistenziale e non solo.

E’ come se ci fosse chiesto di aprir la strada – senza farsi professori - a questa riflessione; come se ci fosse affidato più che un modello di vita o solo una filosofia di vita: una speranza – oso dire – liberando, se si è liberati; incoraggiando, se questo ci ha dato coraggio; consolando, se questo ci ha consolati e ci ha reso forti.

Non mi sento arrivato e chiedo scusa a coloro che si dovessero sentire arringati e imboccati da queste mie parole.

Posso dire in tutta onestà di essere uno che ha vissuto, però; uno che ha sofferto; che ha conosciuto l’odio e la derisione; la malattia, il rifiuto e l’incomprensione; uno che è stato costretto ad andar via, per questo; uno che ha perso il lavoro e insomma in apparenza quasi tutto. E che proprio questo mi ha reso non perfetto; ma senza meno un uomo migliore capace di intuire a tratti, di fare i conti ecco con l’incredibile scandaloso valore della croce.

Ne porto i segni sulla schiena, piedi e mani. Forse era esattamente questo che voleva indicarci Nostro Signore, scendendo a terra, nella polvere, fino a morire come un appestato.

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