Accade a volte di guardare di lontano le cose che saranno, a cui pure ci siamo applicati con forza; senza poterle gustare appieno pertanto; senza entrare nella terra delle promesse. Già.
Come se scrutassimo dall’alto di un poggio, e tutto, giù, fosse ad ogni modo un invito a continuare, a crederci; senza che questo significhi che toccherà a noi, proprio a noi, portare a compimento.
Le grandi cattedrali hanno richiesto secoli di lavori; e così gli edifici civili e i castelli, che richiesero sempre la fatica di generazioni; tanto che ognuna di queste non vide il lavoro compiuto, mentre a ciascuno toccò il compito di esaurire il proprio compito, per così dire, e il proprio lavoro; per cui neppure esisterebbe un’opera incompiuta, per la persona singola, anche se solo vista di lontano; e anche se apparentemente non sembrerebbe portata a termine.
Ciascuno dia (e darà) insomma per quelle che sono le sue forze e forse secondo quello che gli sarà consentito: da tanti avvenimenti e accidenti, oppure da un disegno. Ma che nessuno si senta come se avesse lasciato a metà, finché ha creduto.
Abbiamo fatto quello che era nelle nostre forze e probabilmente questo rafforza di contro l’idea che siamo “solo” importanti, e fino ad un certo punto, ma non indispensabili al compimento del tutto: il mondo procederà anche senza di noi.
Lungi dal recare amarezza, la cosa ci alleggerisce del peso che vorremmo imporre a noi stessi. E’ il cuore – come sempre – che conta.
Che se non sei salito a sei metri saltando con l’asta sarà bastato averlo desiderato con tutto te stesso e aver persino rischiato di restare (per ora, ci auguriamo) immobilizzato com’è accaduto alla saltatrice Kira Grunberg, dieci giorni addietro.
Mi soccorre, come mi accade di sovente, una storia esemplare, che è quella del vecchio Mosè, che muore a 120 anni, senza entrare nella Terra della Promessa, appunto. E dire che “Gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno”.
Eh già! Che è proprio questo il punto: non spegnere mai la luce degli occhi, guardare, dall’alto del poggio, sempre; e non far venir meno il vigore dei sogni e dei desideri.
Altri continueranno (Giosuè, nel caso) e a noi nessuno potrà imputare di aver dato inizio a ciò che avremo lasciato in eredità agli altri, anche solo come opera da portare avanti.
E’ questo che conta dopotutto: che ci sia ancora qualcosa da fare, dopo di noi, un bel sogno da portare avanti. Senza, la vita di chi resta, sarebbe meno ricca di senso, senz’altro. Di questo si potrebbe già godere, insomma …
