Una delle più belle storie contenute nella Bibbia (impossibile peraltro stilarne una classifica), è quella di Rut, proposta quest’oggi nella liturgia cattolica (romana).
Noemi è una straniera andata in sposa nella terra di Moab. Rimasta vedova e privata anche dei suoi figli, decide di tornare nella Paese dei suoi avi. Delle due nuore, una decide legittimamente di rimanere tra la sua gente; l’altra sceglie invece di seguire Noemi, di non lasciarla.
La lettura “figurale” del brano è semplice e ricca di suggestioni. Ci sono momenti in cui sarebbe più semplice fermarsi, mantenere le proprie posizioni; momenti in cui probabilmente ci viene chiesto di compiere un passo in più: di andare avanti anche di fronte allo scandalo e alla provocazione di una vita nuova, seguendo ciò che ci chiede – nel nome dell’amore e della fedeltà – anche uno strappo doloroso, un cammino lungo e pieno di insidie, col rischio di approdare in un posto che non ci è familiare.
Ci si fida dell’amore: è questo l’essere fedeli in questo ambito. E costa.
La fedeltà costa, la fedeltà vera e non solo ideale formale, è un atto di generosità; è uno slancio; non è mai pigrizia, chiusura; e per essa non prevale mai la sola abitudinarietà. “Io vengo con te, dovunque tu dovessi andare”.
Molte storie d’amore vanno così: uomini e donne che seguono il proprio amore da un’altra parte del mondo (quante ce ne sono di queste storie!): in un’altra avventura; anche se questo li dovesse allontanare dal proprio paese, dai propri genitori, dagli amici e dalle abitudini, anche da quelle sane e del tutto legittime.
Si va, per amore.
E l’amore può essere per uno stile di vita, un valore da vivere – dico - e neppure solo per una persona in carne e ossa; persino per un sogno – ecco! - ed una professione; per una sorta di missione; per una vocazione.
Ciò che ci chiama infatti, in genere ci chiama da lontano: la voce giunge da un altro posto; è un’eco da seguire pur senza essere (sempre) un semplice miraggio. E se pur fosse, del resto?
Amare (e non l’oggetto amato) non è mai un miraggio: l’atto di amare cioè è sempre una serie di gesti concreti: è seguirlo l’amore. E talvolta inseguirlo.
La Bibbia ne presenta tanti di questi atti di fedeltà all’amore: Maria si fida e va, persino sotto la croce; Giuseppe si fida e accoglie, va; Abramo; Mosè; profeti e donne, uomini normali; amare è sempre fidarsi di un richiamo e andare.
“Proprio ora vorresti che ti lasciassi? Non ti lascio infatti. Sarebbe come dire che mi sono sbagliato che ho preso un abbaglio”.
E l’amore cambia il mondo; rimescola le genti e quindi lo mette sottosopra; lo sconvolge. Gli uomini che non amano, restano; quelli che si innamorano, son disposti a partire, a seguire, a scommettere.
Non si tratta di un predicozzo.
Penso (pensiamo) a tutte le volte che siamo partiti per seguire e inseguire, non per fuggire … E si vedrà che è quel richiamo che ci ha tenuto in vita e sono quelli i giorni migliori: quelli in cui si va, pieni di speranza.
Dovrebbero essere tutti così i giorni nostri, no?
Se penso ai miei, i più belli son quelli in cui mi sono messo in viaggio: coi miei bagagli, un po’ di magone; e un pullover per il freddo; qualche libro; senza neppure una guida per sapere.
Sono i giorni che non finiscono mai: di stupire.
Ah come mi augurerei di non smettere mai di credere a questo sogno viaggiatore!
