E’ come se facessi un regalo a mio padre, questa sera, prima di tutto. Poi lo faccio anche a me stesso, certo.
Mi piace ricordare che da domani e per un anno intero prima a Roma, poi a Firenze, poi in tutto il Paese, si farà memoria dei 750 anni dalla nascita di Dante Alighieri con una serie di iniziative (le prime a Palazzo Madama con Piovani e Benigni, tra gli altri, Gianfranco Ravasi, solo i più noti) ampiamente propagandate oltretutto; e che avranno – vivaddio - anche la loro sacrosanta copertura televisiva Rai.
Conosco poca gente come papà, dicevo tra le righe al principio, innamorata di qualcosa, di un autore, di una poesia, in questo modo.
Ne conosce – lo garantisco! - quasi a menadito le cantiche della Commedia e ne ricorda persino le rime. E ciò nonostante (poteva francamente accadere il contrario), io Dante l’ho amato: voglio dire “nonostante la sovraesposizione che se ne faceva in casa, in ogni occasione”.
Me ne sono invaghito in certo modo, grazie agli insegnanti che ho incontrato, al liceo prima e poi all’Università; ai commenti indovinati che ho avuto modo di adottare, consigliato in questo anche dal papà ovviamente, e dai docenti di turno; grazie a quell’ansia di Assoluto e di Assoluto Incarnato che mi hanno sempre caratterizzato.
Ne ringrazio Iddio e anche il mio carattere (a Roma si chiama “la tigna”, la tenacia).
E’ molto bello (è quanto consiglio. Poi, prendetela per quel che vale …) pensare di ripercorrere la Divina Commedia soprattutto, un canto al giorno, come un impegno ed un piacere, certo, per fare il vostro viaggio, e non per forza a ritroso.
Tre mesi circa e si fa un tuffo nella nostra memoria e nell’umanità senza tempo che ne scaturisce: “ecce homo”, questo è l’uomo!
E’ quel che faccio spesso, anche con altri autori e in altri ambiti, a dire il vero.
L’ho fatto con Boccaccio di recente e con la Sacra Scrittura, ad esempio. E ci si regala - senza ansia e senza fretta - un pezzo di quel che ci costituisce. Perché tutto si può dire, ma non certo che di Dante e della sua poesia non siamo per molti versi intrisi, eredi e figli.
E questo è quanto. Figli della bellezza e della poesia, intendo.
Vi pare poco dunque per accingervi all’impresa?
