Ci pensavo stamani e l’idea non mi passa dalla mente: che se fossimo davvero quel tempio abitato da Dio, e dal suo Spirito, come ricordiamo questi giorni prima di Pentecoste;
se fossimo quelli che parlano con gemiti inesprimibili e chiedono, perché è lo Spirito che parla in noi, lo Spirito di Dio;
non potremmo sottrarci all’idea peraltro impegnativa di essere inabitati da Dio, il quale sarebbe dunque in noi, più intimo a noi di noi stessi, “interior intimo meo”, come dice Agostino e come ho messo arditamente sul display del mio cellulare; così, per dire …
Ora, se solo me ne ricordassi di tanto in tanto, dovrei essere felice per quel che sono; felice delle mie intuizioni e del loro discernimento; dei doni che ho; di quelli che abbiamo avuto.
E così, mentre se ne parla stasera con un amico - che non bisogna sempre e solo aspettare che altri ci diano il benestare alle nostre iniziative, ma anche imparare a fidarci - nei limiti – di quanto ci viene suggerito di creare, alla luce di un bene più grande e comune;
dico che invece si deve fare e intraprendere ciò che il cuore ci spinge a compiere, senza aspettare.
Credo che di certe voci interiori ci si possa fidare, affidando ogni cosa a ciò che è più intimo di noi stessi e che ci spinge a fare quanto mai avremmo osato pensare; che anzi lo reclama con parole che non conoscevamo; che non pensavamo di conoscere; e che invece sono le nostre stesse parole, le più intime, quelle che ci costituiscono da sempre e che pure ci sorprendono per la loro familiarità, prima ancora che abbiamo il coraggio di pronunciarle.
Perché non sono solo nostre; sono di un Altro in primis che ci abita e che ci ha scelto come tempio in cui far risuonare la sua voce, la nostra.