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Manifesto

Pubblicato da enzo cilento su 5 Marzo 2015, 10:00am

Tags: #in vista

Per chi scrivo, quando scrivo? E quel mettere le mie cose su facebook, sui social, come li chiamano ora?

Chissà che senso ha.

Come se ci mettessimo alla finestra a strillare ai quattro venti quello che siamo e che viviamo, per non dire delle nostre foto, dei nostri selfie e quel che sia.

Come se la sovraesposizione non fosse mai abbastanza: noi vogliamo essere come gli eroi dei reality. Finalmente la democrazia di Wahrol, e la sua follia: qualche minuto di celebrità non si neg a nessuno.

Con i nostri animali domestici, le nostre case, i nostri bambini, le nostre ricette, i nostri dolci. Una volta c’era una virtù che siamava discrezione e che si chiamava pudore; e non era una cosa cattiva. Somigliava a quella che noi chiamiamo la privacy. E dire che in teoria faremmo di tutto per difenderla la nostra privacy: che non si sappia la nostra età; che non compaia sui documenti occupazione e stato civile: neppure se padre o madre o uomo o donna; o altro ancora (e lo dico senza giudicare, sia ben chiaro!).

La nostra vita privata: c’è qualcosa di me, un angolo del mio sedere che valga ancora la pena tenere per me, solo per me? C’è una sola parola ed un solo affetto e una sola espressione da non mostrare per forza al mondo?

Non perché me ne vergogni – benintesi - ma perché appartiene alla mia interiorità, alla mia storia personale, a quel ristretto gruppo di persone, magari una, con cui condivido il letto ed il tetto, mi dico.

E’ ben strano certo che anche io sia qui a parlare facendo il censore: sono in contraddizione.

E’ che son qua per dirlo anche a me, non solo ai miei dodici lettori, gli amici e i nemici miei, ammesso che ne abbia. Basta, basta davvero. Non voglio sapere e vedere la vita in diretta di nessuno.

Diciamoci qualcosa semmai.

A cosa pensi quando vai a dormire? Cosa pensi che significhi esser vissuto fino ad oggi? Come fai a non cadere preda dell’ansia, della paura, della disperazione? Dimmi in cosa credi, in cosa speri, perché mi possa aggrappare a qualcosa e confrontare, semmai, se hai voglia di condividerlo allora; se hai voglia di renderti utile ad altri disperati, ad altri angustiati che cercano un senso a quel che fanno, persino alle loro incursioni sul web…

Quante volte mi sarei voluto cucire la bocca, uscire da questa ossessione: di scrivere, qui affacciandomi alla finestra “oggi mi tingo i capelli di rosso; ho fatto il plumcake; ho sollevato 118kg; sono stato a letto con 1390 donne diverse in tre anni, un mese e un giorno”. E intanto tutti sanno tutto di noi; sanno cosa proporti da comprare e per cui farti rovinare: una casa in collina, una crema per le rughe che ti fa sembrare 35anni più giovane; un vibratore che costa settecento dollari ma che alla fine ti dice “come sei bella, stamattina”; o un grammafono sul tipo di quello posseduto cento anni fa da Caruso, tutta l’opera di Garcia Marquez in technicolor…”

Scrivo qui, scrivevo il mio blog per condividere la mia ricerca, quella che speravo conducesse ad un approdo, a quel Dio che atterra e suscita, a Lui che consola… Scrivo, ormai sempre meno per vostra fortuna perché “è verità e libertà che vado cercando che è sì cara… come ben sa chi per essa sua vita rifiuta…”. Scrivo le ragioni della mia vita.

Non leggete più nulla se è altro che cercate.

Sto cercando una dimensione nuova e non ne ho vergogna, anche scrivendo. Di essere uno tutto dedito al suo amore; che è non solo teatro e non solo letteratura; non è solo poesia e neppure solo religione, non in senso tradizionale e solo devozionale. Vorrei crearmi un luogo ed una veste riconoscibile ed un linguaggio ed una storia scritta e da scrivere che sia capace di rendere ragione del mio cuore, dei miei sogni più veri, del mio infinito bisogno di avere una ragione: per esistere e per morire.

E dentro ci ho messo di tutto: ci ho messo i miei ricordi perché mi hanno costituito; i miei dubbi, le mie inutili riflessioni. Ci ho messo lo sport come avrei voluto che fosse; ci ho messo una chiesa come vorrei che fosse; un viaggiare come vorrei che fosse il viaggiare, senza mettersi alla sequela del tour operator, del commercio mondiale, del turismo internazionale. E dentro ho provato a metterci – ci proverò – le persone che con me hanno fatto un breve percorso di vita in questo tempo, trache de vie...

Ho chiesto loro di entrarci dentro, ma non per metterci in vetrina. Anzi! La vetrina chiude e con esso il negozio finalmente, se mai fosse sembrato aperto ad altro: non ne possiamo più – io non ne posso più – di essere qui e sempre per farmi leggere (da chi?); per farmi apprezzare (perché?); per un “mi piace”, a pietire a domandare ad aspettare.

Qui non c’è che uno che sta cercando la sua via; non ha selfie da mettere in pagina; niente di clamoroso, niente di rumoroso; niente che metta in piazza le sue conquiste, le sue delusioni, la vanità dell’ultima sua vittoria. La mia vittoria è averlo detto, una volta per tutte: è questa la verità.

A chi non va, non resta che spengere il contatto: ne saremo lieti tutti, tutti più leggeri.

Sarò utile essendo quel che sono, diverso, unico, irriducibile, antipatico, ma vero: sono quello che sono sempre stato, ruvido e tenero, dolce e amaro, uno da amare e da evitare: uno da non violentare.

E che tutto Facebook con la sua logica da voyeur se ne vada in malora.

Un idolo di meno, ed uno scocciatore, io, di cui poter fare a meno…

Che non mi si legga più insomma, se è altro che cercate!

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