Scusatemi ma glielo devo.
Ha 107 anni da pochi giorni: ed è una vecchina Internazionale, a cui “il regime” impose persino un cambio di nome pacchiano e pomposo, “Ambrosiana” purchè made in Italy come il panettone.
Glielo devo perché l’ho amata: di un amore sempre composto e compassato, certo, ma di amore vero: è la mia infanzia pallonara.
Che poi una partita sia metafora della vita, viene da sé, mi pare…
Dal momento che è detta la “Beneamata” ed è folle per definizione, “mattocchia” intendo; e dal momento che qui parliamo di “un altro sport”, vado così a braccio a ricordare non i primi della classe, quelli che tutti citano a memoria, ma quelli che hanno fatto contorno, che non fanno copertina.
Da ragazzino la maglietta nerazzurra ce l’ho sempre avuta: mi ero fatto attaccare sulla schiena il 2. Ed ero una belvetta. Mio padre si chiedeva sempre perché quel numero e non uno memorabile, dico un 9 o un dieci per farmi capire, che erano poi i numeri dei fuoriclasse, insomma, per tradizione.
La verità è che non avevo grandi mezzi tecnici, ma carattere da vendere sì, e di questo anche mio padre dovette farsene una ragione. Sciabola e “Figlio del Tuono”, per parlare col linguaggio del Vangelo.
E’ per questo che mi ispiravo a Burgnich, il Tarcisio, che avevo visto giocare soprattutto nei racconti di quelli più vecchi di me (l’ho intravisto solo sul finale di carriera). Detto che – non so perché – mi è rimasta la simpatia per quelli che si giocano gli ultimi colpi, sul viale del tramonto ma che resistono (sarà sempre per via del carattere volitivo che dimostrano), mi piaceva del Tarcisio il nome duro, immagino, il ruolo e quel silenzio applicato al calcio, con i tacchetti che nell’immaginario volavano come proiettili, specie in certi duelli rusticani che io leggevo raccontati da Brera e dai suoi contemporanei: quelli con Gigi Riva soprattutto.
A Burgnich ho regalato anche un breve monologo a teatro, perché la sua è la mia filosofia di vita: più duro della “roccia”, appunto, che era il suo soprannome. Ma non si tratta di un comprimario ad ogni modo.
Ad altri piaceva il bel Facchetti, a me lo spigoloso friulano. Questione di etica e di estetica. C’è chi nella vita ha avuto tutto e chi deve strapparselo con le unghie e con i denti.
Di rocce in realtà e di soprannomi del genere, nel calcio se ne sprecano, se ne usano a iosa. Molti sono stati “l’animale” oppure “o animal” secondo la latitudine sportiva in cui il nome veniva declinato.
E poi ci sono state belve, giaguari, squali, cobra, pantere, puma e tutto il solito armamentario da zoo. Erano la nostra fantasia.
Facevo un tifo sfegatato invece, tempo dopo, per un altro “bandolero triste”, nerazzurro (è di questo che stiamo parlando).
Si chiamava Ramon (Diaz, di cognome); faceva l’attaccante non da molti gol ai tempi di Trapattoni allenatore, sul finire degli anni 80, un po’ incostante, un po’ enigmatico, campione. (Lo vedi che ci ricasco con l’immedesimazione?).
Altri, a quel tempo celebravano altri dei di cuoio: da Matthaus a Brehme, la banda dei tedeschi. Io, memore di un’antipatia storica per quelli che mio padre chiama i “burgundi” ed altri i “crucchi”, facevo il tifo per questo silenzioso argentino, aquilino, non bello ma pieno di stile.
Come sempre ci innamoriamo di quelli in cui un po’ ci riconosciamo, dicevo.
Da ragazzino, io Diaz lo avevo visto giocare dal vivo ad Avellino, col 9 sulla schiena in mezzo al fango: quanta pioggia quel giorno.
Dall’altra parte giocava il divino Zico, brasiliano. Che perse 4-1.
La rivincita dei modesti e dei sottovalutati, degli sbolognati!
E dire che a Milano, l’Inter è la squadra dei “baùscia”, cioè degli sbruffoni. Avrò sbagliato squadra?
O avrò sbagliato vita?
