Sono sempre stato un appassionato di sport.
Di più, uno sportivo attivo, mai un campione certo, ma uno con una certa febbre addosso, questo sì. Ho provato a giocare a pallone fin da ragazzino (e ancora non mi sono stancato); papà mi mandava al minibasket da ragazzino (fu il modo migliore per farmene allontanare per qualche anno, quando si fa tutto infatti per contravvenire alle decisioni paterne); e poi anni di atletica, di palestra, persino di canottaggio. E in tutto questo ho trovato il tempo e il modo per prendermi qualche diploma qua e là e lavorare anche in qualche palestra, soprattutto insegnando pilates e discipline affini.
Negli ultimi anni poi mi ero messo in testa di abbinare la mia fede religiosa, ciò in cui credo, con quest’altra cosa che pure la vita me l’ha salvata, per così dire: lo sport appunto.
Da questo punto di vista, mi è stata di conforto l’esperienza di non pochi atleti professionisti, soprattutto sudamericani e perlopiù evangelici, che hanno importato anche da noi quel movimento noto come Atleti di Cristo, nato in Brasile, tra alcuni calciatori del Paese, e poi diffusosi un po’ dappertutto, negli anni: un po’ Bibbia e un po’ pallone.
La cosa mi torna in mente ogni volta che mi rendo conto che per me le due cose sono entrambe irrinuciabili (certo, a livelli francamente diversi!). Uno dei primi “Atleti di Cristo” da noi fu il brasiliano Amarildo (anni 80) che ha giocato con Lazio e Cesena in A: non era un grandissimo. Anzi la cosa più nota di lui fu proprio questo amore per la Bibbia: la regalava e la leggeva negli spogliatoi e in ritiro. Altri, più famosi, sono stati lo stesso uruguaiano Cavani, oggi a Parigi; e Kakà, a lungo a Milano. So che non di rado si incontravano tra loro, famiglie ed affini, e leggevano e pregavano in grande sintonia e allegrezza.
Fin qui il fenomeno comunque enormemente diffuso e anche pubblicizzato.
L’idea del rapporto tra fede e sport del resto ammonta fino alle lettere di san Paolo che non a caso traccia il parallelismo di cui sopra, soffermandosi sul lavoro dell’atleta, di chi corre, del pugile: e del resto, quelli erano gli sport del tempo. Dopodichè si riafferma anche la superiorità dell’esercizio spirituale e della sua sfera, rispetto a quello fisico, solita contrapposizione “dannosa” tra corpo e spirito (altro l’atletismo, per così dire, di certi santi asceti di Oriente). Ma questo è un altro discorso.
Di contro, ho sempre pensato, e con me tanti, a quanto fosse necessario oggi come ieri recuperare la corporeità al centro della nostra cultura cristiana, specie ora, a partire dal fatto che Cristo stesso prende un corpo umano e la Resurrezione è anche e comunque resurrezione della carne, senza dire inoltre di come la corporeità e la sessualità vadano oggi riletti in altra chiave, anche alla luce di tanta nuova esegesi biblica. Ma tant’è…
Detto ciò, va anche aggiunto che del resto la tradizione educativa nella chiesa è sempre andata a braccetto con l’attività sportiva. Basti pensare alla secolare attività degli oratori, dove peraltro si sono formate davvero generazioni di campioni: l’elenco sarebbe interminabile.
Né lo sport o l’oratorio lo si fa solo per diventare campioni. Semmai per imparare alcune cose: la disciplina, il sacrificio che è richiesto per ottenere un risultato, l’applicazione, il mezzo di socializzazione, il riconoscimento dell’altro, delle regole, delle differenze e talora della superiorità altrui (altro che doping!), quella che si chiama anche “cultura della sconfitta”, chè nella vita c’è pure quella, ci mancherebbe!
E nonostante questi meriti storici acquisiti, io ritengo che ancora molto si possa e si debba fare per ridare dignità al corpo ed alla fisicità nella nostra cultura cristiana e post-cristiana, giudaico-cristiana.
Perciò mi sarebbe piaciuto dare seguito all’intuizione degli atleti di Cristo, perché siamo l’uno e l’altro, insomma; e perchè non di rado le qualità dell’atleta sono le stesse che occorrono per crescere, per resistere, per reagire. Vorrei capire come fare, ma insomma ci rifletterò, questo non per chiuderci in un’altra cerchia asfittica e in un altro ghetto: ne ho visti fin troppi; ma perché forse c’è un modo di essere sportivi che è cristiano ed uno che non lo è.
Non lo è imbrogliare (doping e affini); non lo è viverlo come un’ossessione e come un credo alternativo, come se quegli idoli ne sostituissero altri; non lo è neppure spendendo cifre iperboliche per tutto ciò che fa da corredo alla nostra attività.
Questa devo dirla: da ragazzini ricordo che i più scarsi a pallone eran quelli che eran vestiti di tutto punto, griffati, diremmo oggi. Lo sport (povero) mette al centro l’uomo piuttosto che la tecnologia, idolo anch’essa e grosso elemento di discriminazione tra chi può e chi non può.
Vivere lo sport da atleta di Cristo, significa essere grati a questa macchina (il corpo) che ci è stata data in dotazione; e ringraziare saltando correndo e ballando come Davide davanti all’Arca dell’Alleanza, rendere lode – per così dire – a chi ci ha creati ed inventati per queste cose che ci è possibile fare.
L’ho detto tante volte: se c’è un piacere che provo facendo sport, a parte le endorfine, è quello di poter essere felice di esser vivo e reattivo, vivente e vibrante agli occhi del creatore.
Talvolta l’ho pensato: “tutto posso in Colui che mi dà la forza”.
Ps. Un mio amico prete di Treviglio, sulla settantina, mi diceva di avere frequentato l’oratorio con il concittadino Facchetti e con Domenghini che è sempre bergamasco, ma di Lallio. Il mio amico sosteneva di essere più forte dei due, “una gran legnata”. Facchetti, che è passato ad altri campi, non può smentire. Potrebbe Domingo, qualora dovesse giungergli questa mezza fanfaronata…
