Ci sono alberi in fiore stamani: forse mandorli. Non sono un buon botanico.
E ho veduto i merli cercare delle nicchie per fare un nido: ne son certo.
Bisogna esser contenti di quanto abbiamo e di quanto abbiamo fatto. Stiamo camminando speditamente ora che le cose si stanno chiarendo; e non solo per l’aria di primavera che “per li campi esulta”.
Ieri pensavo alle parole deliranti di quelli che si dicono “a sud di Roma” e per un attimo mi è venuto da pensare alla sensazione che devono aver provato i contemporanei, sentendo che i Vandali erano alle porte, nel IV secolo, e che la storia di Roma, quella d’Occidente, si stava chiudendo.
Ma le cose per noi oggi non stanno così, pur tra le tante crepe che mostra il nostro mondo, il nostro sistema di vita.
Però è così che vorrebbero ci sentissimo. E magari per questo ci facessimo prendere dallo sconforto, dalla disperazione: “godiamoci questo attimo, amico mio, cogliamo l’attimo che fugge, che del domani non v’è certezza!”.
No, le cose non stanno così.
Non che la precarietà di ogni cosa non ci faccia ad ogni modo compagnia, sempre, “tempus fugit”, e lo sapevano persino i monaci, perché il tempo fugge, il “reo tempo” diceva Foscolo; e di tempo non se ne deve perdere se non a lodare e a gustarsi il bello che v’è in esso: mandorli e primavera, oggi – per dire; domani la neve…
E la precarietà del resto è nella natura delle cose: nel nostro invecchiare un po’ alla volta, un giorno dopo l’altro; né questo mi intristisce più di tanto.
Mi fa tristezza che vorrebbero costringerci a mettere delle Maginot sulla linea di confine, col mondo intero, per difenderci; e le Maginot sappiamo tutti che a nulla sono servite.
Una Maginot a sud di Roma, tra Colleferro e Velletri: ve la immaginate? O su, intorno al Monastero ricostruito di Montecassino. Una Maginot per mare per difendere Augusta e Gela.
Mah!
Come se non bastassero le Maginot che mettiamo tra l’uno e l’altro, per difenderci; tra vicini e sconosciuti sullo stesso pianerottolo e nello stesso condominio; tra gruppi e gruppetti persino nelle Chiese che frequentiamo: paradossale!
E’ chi divide che vuole la Maginot.
Diavolo (che significa “chi divide”) d’un generale nemico che ci vuole l’un contro l’altro armati. Mentre noi vorremmo stare in pace e lasciare che altri vivessero in pace ciò in cui credono, fosse anche nel potere taumaturgico della pastasciutta…
Ma la guerra serve, perché tu ti dimentichi di chi sei, di quello che hai, che è primavera; che il tempo fugge troppo in fretta per perderti dietro la costruzione di un altro muro, di un’altra Maginot.
Loro non lo sanno, ma nelle crepe di quel muro, gli uccelli continuano a nidificare e dopo un po’ a volare alti, più o meno: al di là del muro.