Non ho molte cose da fare; non tante come vorrebbero che io facessi credere per sentirmi importante, arrivato. Eppure il tempo non è giusto buttarlo via. Cerco di fare tutte le cose che mi sembrano abbiano un valore: anche prendermi il mio tempo, non sprecarne un attimo.
Così il Cristo del Vangelo di Marco, quello di domani, per capirci. che prega e che si apparta, consola e guarisce, sfida, si prende cura.
Prendersi cura del tempo che ci vien messo a disposizione è aver cura del talento che ci hanno messo in tasca e tra le mani, mi dico. E nel tempo - e nello spazio - c'è anche la relazionalità: esistono anche altri, oltre che noi stessi. E' tempo dedicato a questo persino il mio scrivere, come lo sarebbe il suonare, se ne fossi capace; non solo per sè - che gusto c'è? - ma così, condividendo...
Non ho molte cose da fare.
Non sono superimpegnato e non sto producendo nessun kolossal per la storia del cinema; neppure un'Aida per l'Arena, per La Scala e per il Piccolo di Milano; non sono in trattative per il passaggio da una società per azioni all'altra - non sono Cuccia - e non ho nessun incontro al vertice per decidere la maggioranza e le strategie, come pure potrebbe farci piacere che altri credessero, magari.
E non voglio neppure che si creda che trascorra ogni mio momento a leggere i testi sacri e mons. Ravasi, e l'aramaico; e che traduca direttamente dai rotoli di Qumran; non ho visioni prolungate e non volo in estasi come Teresa d'Avila e Giuseppe da Copertino.
Pieni e vuoti, come su di un pentagramma: così è la mia vita, cercando di non buttarne via neppure un po', il che non mi vien facile, oltretutto: proprio non so buttarla, come non butto le cose, neanche quelle che mi han fatto troppo male.
Non so starmene inerme e fermo - ecco, e non per ansia. Penso sempre che lo spazio che m'è dato vivere sia prezioso, pur non essendo un profeta di niente, neanche un profeta falso, un profeta da nulla.
Si vive e si parla e si agisce, ad ogni modo, prendendo coscienza di non essere un caso fortuito. Ieri sera - un plauso a Rai5, vecchia mamma Rai che nel bene e nel male non abbandona mai - guardavo con mia sorella gli occhi di Levi che raccontava, Primo Levi. E per lui il tempo - era chiaro - era quanto gli era stato dato perchè facesse memoria, non lasciasse che si assopissero le coscienze. Dentro c'era il guizzo di una vita che ha una ragione, di un profeta che parla in nome di una missione e di un Valore, Sommo.
Il tempo, diceva un vecchio film, è quello che sai metterci dentro; e dentro non ci si mette di tutto; ci si mette tanto, tutto quello che conta per noi e anche quel che non conta molto, persino il riposo: soprattutto ci va quanto si scopre essere essenziale a ciò che siamo, alla ragione per cui c'è dato ancora modo di vivere, di parlare, di ascoltare, di essere ascoltati e di non essere considerati solo dei vecchi tromboni.
Di quelli neppure le orchestre sanno più che cosa farsene.
A quel punto, meglio chiudere lo spartito...