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Pieni e vuoti di tempo

Pubblicato da enzo cilento su 31 Gennaio 2015, 16:49pm

Tags: #mater et magistra

Non ho molte cose da fare; non tante come vorrebbero che io facessi credere per sentirmi importante, arrivato. Eppure il tempo non è giusto buttarlo via. Cerco di fare tutte le cose che mi sembrano abbiano un valore: anche prendermi il mio tempo, non sprecarne un attimo.

Così il Cristo del Vangelo di Marco, quello di domani, per capirci. che prega e che si apparta, consola e guarisce, sfida, si prende cura.

Prendersi cura del tempo che ci vien messo a disposizione è aver cura del talento che ci hanno messo in tasca e tra le mani, mi dico. E nel tempo - e nello spazio - c'è anche la relazionalità: esistono anche altri, oltre che noi stessi. E' tempo dedicato a questo persino il mio scrivere, come lo sarebbe il suonare, se ne fossi capace; non solo per sè - che gusto c'è? - ma così, condividendo...

Non ho molte cose da fare.

Non sono superimpegnato e non sto producendo nessun kolossal per la storia del cinema; neppure un'Aida per l'Arena, per La Scala e per il Piccolo di Milano; non sono in trattative per il passaggio da una società per azioni all'altra - non sono Cuccia - e non ho nessun incontro al vertice per decidere la maggioranza e le strategie, come pure potrebbe farci piacere che altri credessero, magari.

E non voglio neppure che si creda che trascorra ogni mio momento a leggere i testi sacri e mons. Ravasi, e l'aramaico; e che traduca direttamente dai rotoli di Qumran; non ho visioni prolungate e non volo in estasi come Teresa d'Avila e Giuseppe da Copertino.

Pieni e vuoti, come su di un pentagramma: così è la mia vita, cercando di non buttarne via neppure un po', il che non mi vien facile, oltretutto: proprio non so buttarla, come non butto le cose, neanche quelle che mi han fatto troppo male.

Non so starmene inerme e fermo - ecco, e non per ansia. Penso sempre che lo spazio che m'è dato vivere sia prezioso, pur non essendo un profeta di niente, neanche un profeta falso, un profeta da nulla.

Si vive e si parla e si agisce, ad ogni modo, prendendo coscienza di non essere un caso fortuito. Ieri sera - un plauso a Rai5, vecchia mamma Rai che nel bene e nel male non abbandona mai - guardavo con mia sorella gli occhi di Levi che raccontava, Primo Levi. E per lui il tempo - era chiaro - era quanto gli era stato dato perchè facesse memoria, non lasciasse che si assopissero le coscienze. Dentro c'era il guizzo di una vita che ha una ragione, di un profeta che parla in nome di una missione e di un Valore, Sommo.

Il tempo, diceva un vecchio film, è quello che sai metterci dentro; e dentro non ci si mette di tutto; ci si mette tanto, tutto quello che conta per noi e anche quel che non conta molto, persino il riposo: soprattutto ci va quanto si scopre essere essenziale a ciò che siamo, alla ragione per cui c'è dato ancora modo di vivere, di parlare, di ascoltare, di essere ascoltati e di non essere considerati solo dei vecchi tromboni.

Di quelli neppure le orchestre sanno più che cosa farsene.

A quel punto, meglio chiudere lo spartito...

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B
senza passare per i titoli di giornale, senza esser protagonisti sotto le luci della ribalta (come leggevo e condividevo nel testo del blog), spesso quel riempire (o svuotare) il tempo delle nostre vite puó essere la molla per quello scatto decisivo, quello che forse ci consente ancora di scrivere o suonare “Il pezzo, Il brano” della nostra vita : quello a cui dare un titolo, un nome.<br /> E a chiudere la serata passando per questo gioco di pieni e vuoti, di note e spartiti c' era un servizio del Tg 2 &quot;Storie. I racconti della settimana&quot; dedicato ai ragazzi italiani e congolesi accolti dai volontari di &quot;Amore e Libertá&quot; : istruzione, musica, danza, teatro -raccontavano i responsabili- riempiono il tempo della vita ed i vuoti/il bisogno d'amore e d' altro di molti ragazzi.. i &quot;nostri&quot; e quelli del resto del mondo.<br /> E a sentirli vien una gran voglia di fare, di scrivere e suonare: come le ciliege, una cosa tira l'altra.
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B
Sarà che proprio ieri in occasione del suo compleanno ho scambiato due parole con una persona a me vicina e cara, un ragazzo anzi un uomo direi, ed ho associato a ciò che ci siamo detti le parole dedicate &quot;al pieno e al vuoto&quot;. Aveva fatto il pieno di cose non positive – lui – già da lungo tempo (ed io le conosco) ed ora, dopo circa un anno e piú a “ferro e fuoco” con se stesso ed inevitabilmente con gli altri, è vuoto: un gran bel vuoto. Ha tirato fuori “il rospo” come si suol dire e mi auguro che le cose belle e buone della vita possano cosí trovar nuovo “spazio”, maggior spazio in quel vuoto. Abbiamo condiviso quindi l’importanza di questi due opposti sia quando si alternano nel positivo sia quando si giocano lo spazio con le negatività della vita. E mi da gioia l’aver provato a tendere la mano a chi gli è accanto (e quindi indirettamente a anche a lui), l’aver dato un sostegno fatto in realtá di (sole) parole e (piccole) azioni – lavorando un po’ dietro le quinte -per cercare di sciogliere i nodi che stavano soffocando la sua vita e quella dei suoi cari. <br /> Un anno “tosto” mi son detta (ci siamo detti) alla luce di tutto quello che è capitato e che ha cambiato il percorso della vita, lavorandoci anche sù, sul previsto e sull’imprevisto di ieri e di oggi, avendo grazie al cielo una ragione che da senso alla vita, una ragione che illumina gli occhi ;
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